
Un'immagine dall'occupazione di piazza S.S. Annunziata a Firenze, parte dello storico movimento che sta manifestando in molte delle principali città del mondo.

Ugo Morchi è stato uno dei protagonisti della Resistenza fiorentina. Prima come partigiano della 7a Compagnia Autonoma Settimino Agostini e della 3 brigata Rosselli bis poi da segretario di sezione del Partito Comunista della Ginestra, ha combattuto per la liberazione dal dominio nazifascista dell’Italia.
Siamo stati ad intervistarlo alla vigilia del 25 aprile e la cosa che ci ha colpito di più è stata la sua meticolosa precisione e costante dedizione che in tutti questi anni ha messo nel conservare, catalogare e ricostruire dai documenti pervenutigli, la sua storia, quella della sua famiglia e dei fatti più rilevanti accaduti nel Ventennio e non solo. Attualmente vive a Fibbiana (Montelupo Fiorentino) e la sua casa assomiglia più a un museo o a una vecchia biblioteca che a una vera e propria abitazione: conserva ancora tutti i documenti più particolari che hanno segnato il suo percorso politico, come ad esempio tutte le sue tessere di partito e quelle di suo padre, le svariate lettere, i riconoscimenti al merito personali e militari gelosamente custoditi; ma soprattutto una infinita collezione di ricordi e aneddoti che non si perita a raccontare e condividere. Appassionato di lettura, soprattutto di storia, geografia e politica, emblema vivente della classica saggezza popolare di chi ha studiato poco a scuola e molto nella vita; carattere mite, indole riflessiva, operosità, perspicacia e rispetto dell’altro si coniugano ad un forte senso del dovere e un coraggio da vendere, in una compostezza e riservatezza tutt’altro che settaria. Ugo Morchi ha vissuto i momenti più importanti della storia del nostro paese da umile cittadino, ne conserva i ricordi e ci ha dato l’opportunità di conoscerne i particolari, soprattutto quelli legati ai nostri luoghi, anch’essi facenti parte a pieno di una grande eredità da non disperdere.
Riportiamo di seguito un frammento del colloquio...
Cosa significava vivere in Italia nel periodo del regime fascista?
Molto semplicemente significava non essere liberi. Già all’età di 18 anni avevo passione per la lettura e un mio amico sindacalista mi consigliò un libro di Jack London “il tallone di ferro” il quale parlava di rivolte sociali e che per questo era proibito. Per procurarmi questo tipo di libri dovevo comprarli ad una bancarella di un mio amico il quale vendeva, oltre ai libri che erano permessi, anche quelli vietati ovviamente sottobanco. Un altro esempio di cosa voleva dire vivere in quel periodo ed essere dissidenti era anche la difficoltà a trovare lavoro. Le conseguenze della guerra furono pesanti per vari tipi di impiego, grazie ai quali si reggeva la vita di tanti paesi e città. Inoltre, le imposizioni del regime su questo versante erano tante: per trovare lavoro dovevi essere tesserato al partito fascista. Mio padre non accettò la tessera del fascio per trovare un impiego, egli si recò da un padrone e gli disse che non aveva la tessera ma che prima di mandarlo via avrebbe dovuto almeno metterlo alla prova come lavoratore, fu così che ebbe il posto: era un uomo molto coraggioso.Molti italiani si dovettero piegare a queste condizioni per garantirsi il minimo indispensabile e riuscire a sfamare le proprie famiglie.
Quale era la brigata a cui appartenevi? Dove e in cosa consistevano le vostre azioni?
Inizialmente costituimmo la 7a Compagnia Autonoma Comunista Settimino Agostini, un compagno caduto per mano dei tedeschi; successivamente il capitano Mario del Monaco da Firenze organizzò la 3a brigata Rosselli bis costituita da un esule istriano fiorentino Carlo Francovic, uno studioso di primo ordine. Eravamo una trentina di ragazzi specializzati per lo più in azioni di guerriglia volte principalmente a troncare le vie di comunicazione nei modi più disparati, anche semplicemente cambiando i cartelli stradali di indicazione.
Operammo per la maggior parte del tempo in Val di Pesa, nei comuni di Montespertoli, Lastra a Signa e Scandicci. Un compito di particolare importanza che dovemmo svolgere fu quello di proteggere un vecchio castello trecentesco situato presso Montegufoni nel quale erano contenuti almeno l’80% dei quadri che compongono la collezione degli Uffizi. Fummo elogiati per questo servizio.
Potresti raccontare un episodio significativo delle azioni a cui hai partecipato da partigiano?
Nel ’43 nella zona di Marliano – a nord di Ginestra fiorentina – presso una fattoria, erano tenuti prigionieri 5 soldati inglesi e sudafricani, io, come molti altri cittadini, portavo loro del cibo di nascosto. Ma i repubblichini della banda Carità ci scoprirono, fucilarono sul posto un prigioniero e misero dei manifesti dove c’era scritto che chi avesse aiutato i prigionieri sarebbe stato fucilato o deportato, e si offriva una ricompensa a chi avesse fatto la spia. Ma continuai lo stesso ad aiutarli; una volta a settimana portavo loro due borsoni pieni di viveri, cercavo di rendermi utile anche in altri modi, ad esempio riparai le scarpe ad alcuni di loro. Anche loro mi ricambiavano come potevano: uno di loro era un pittore e mi fece un ritratto. Alla fine scoprirono anche me e un altro ragazzo, fummo convocati in caserma, ma per nostra fortuna il maresciallo dei carabinieri decise di interrogarci da solo senza ufficiali del regime, ci disse che sapeva cosa avevamo fatto ma che ci avrebbe graziato. Dopo quasi un anno, con l’arrivo degli alleati, tramite la prefettura di Firenze vennero chiamati coloro che avevano aiutato questi prigionieri. Fui convocato dopo la compilazione di un apposito modulo che conservo ancora e mi consegnarono una ricompensa in denaro e un diploma speciale firmato dal comandante delle truppe del Mediterraneo: il generale Alexander.
Sempre sotto l’occupazione tedesca ebbi modo di salvare un pilota francese.
A San Casciano Val di Pesa una colonna di carri armati tedeschi fu attacca da una squadriglia di caccia inglesi. Nello scontro a fuoco uno di questi apparecchi fu colpito e precipitò. Il pilota riuscì comunque a sopravvivere e a fuggire lungo il corso della Pesa. Una ragazza della Ginestra vide il pilota francese e corse in paese a chiedere aiuto; io mi offrii per andarlo a soccorrere. Il soldato si trovava sulla riva destra della Pesa – quella sinistra era tutta occupata dalle forze militari tedesche – cercando di risalire il corso nascondendosi fra le canne. Riuscii ad incontrarlo senza essere scoperto e portarlo fuori dal paese dove vi erano altri prigionieri inglesi; lì stette fino alla liberazione.
Quali erano i motivi politici che ti hanno spinto a partecipare alla Resistenza? Quali invece erano le speranze per il futuro politico in Italia nell’immediato dopoguerra?
Innanzitutto i miei genitori erano antifascisti, mio padre era iscritto al Partito Comunista ed io di conseguenza ebbi una formazione affine anche se provavo particolare simpatia verso le forze alleate inglesi e francesi. Ovviamente speravamo di poter fare come in Russia perché era il mito sovietico a spingere noi comunisti nella lotta armata e sociale affinché si raggiungesse anche in Italia il socialismo. Ma dovevamo tener conto dell’influenza anglo-americana, questi infatti non avrebbero mai permesso una rivoluzione socialista nei paesi liberati dal nazifascismo, su questo non posso che essere d’accordo con la linea portata avanti da Palmiro Togliatti – quella che poi portò alla scelta della via italiana al socialismo – creare una democrazia progressiva aperta a tutte le forze antifasciste; un’unità che rischiava di essere spezzata dalle rivalità e dai conflitti tra le brigate partigiane e le tensioni con gli angloamericani: un patrimonio irrinunciabile per il Pci dopo la guerra. Le priorità ci imponevano un percorso a due tappe funzionale ad un inserimento del Pci nella democrazia, mentre il salto rivoluzionario fu rimandato a un secondo tempo, anche se la prospettiva rivoluzionaria restava il caposaldo dell’ideologia che ci guidava. Questa scelta fu meditata anche per evitare una repressione da parte delle forze alleate come invece avvenne in Grecia, dove non fu permesso alcun passo verso la rivoluzione sociale.
In che modo sei entrato in contatto con le forze alleate?
Nella nostra zona facevano servizio una brigata di ufficiali inglesi, due brigate indiane e una brigata corazzata canadese, erano carristi. I contatti fra le forze partigiane e quelle alleate erano frequenti perché condividevamo degli obiettivi di fondo, come appunto la liberazione di punti strategici dalla presenza tedesca. Obiettivi che implicarono naturalmente un’azione congiunta ed un aiuto reciproco. Gli alleati, ad esempio, ci dettero una fascia con scritto civil police in quanto non c’era in quel momento una forza di polizia statale che potesse mantenere la sicurezza nelle città.
Come erano i rapporti con i tuoi compagni all’interno della brigata? E quelli con la famiglia e la popolazione civile?
Nella brigata i rapporti erano molto buoni, eravamo amici e compagni tutti nella stessa condizione, si viveva di poco ed eravamo tutti disoccupati ma questo non ci faceva disperare anzi ci spingeva a condividere di più quel poco che avevamo: paradossalmente direi che oggi siamo afflitti più di allora nonostante il maggiore benessere. Io sono entrato a lavorare nel ’46 prima di allora la mia famiglia viveva di quel poco pane e olio che mio padre riusciva a portare a casa; era una condizione comune delle famiglie contadine e operaie di allora e implicito era aiutarsi a vicenda. Anche mia madre, la quale lavorava al servizio di un medico, percepiva come compenso qualcosa da mangiare perché soldi non ce n’erano. La popolazione civile aiutava la brigata, le donne erano brave nelle operazioni di spionaggio ad esempio; inoltre anche alcune famiglie benestanti che si erano iscritte al fascio solamente per convenienza ma non si iscrissero anche alla Repubblica Sociale ci aiutavano come potevano: ad esempio mi fornirono gli alimenti che portai ai prigionieri inglesi.
Alla fine della guerra con il trionfo del Fronte Antifascista e le prime elezioni libere dopo il Ventennio che prospettive c’erano per l’Italia?
C’era innanzitutto un grande entusiasmo per la ricostruzione, per poter tornare a lavorare i giovani ripulivano le strade dalle macerie e ricostruivano case e fabbriche senza nessun compenso, infatti ci fu un grande sviluppo in pochissimo tempo. Anche nei luoghi della politica e del potere c’era un grande impegno e un grande rispetto reciproco oltre a un forte senso dello Stato tra le forze che avevano combattuto nel CLN. C’era in tutti la volontà di lasciarsi alle spalle l’esperienza del regime ed i logoranti anni di guerra che avevano messo in ginocchio tutto il paese.
Da partigiano tesserato all’Anpi da molto tempo, secondo te quali sono le prospettive e gli obiettivi che deve ancora raggiungere questa associazione?
L’associazione dei partigiani d’Italia, soprattutto nelle nostre zone, ha fatto già molto: è cresciuta a dismisura con l’ingresso di molti giovani e ha da sempre portato avanti i valori e il ricordo del grande contributo che le diverse formazioni partigiane hanno dato per le liberazione dell’Italia. Lo spirito che all’ora ci ha dato la forza di resistere e di ricostruire l’Italia, è vivo oggi anche grazie a tutto il lavoro che è stato fatto dall’ANPI in tutti questi anni.
Moro e Ilyushin

Alla fine ci sono riusciti. Con le rivolte del Nordafrica e con lo scoppio della guerra in Libia, l’aumento degli sbarchi di immigrati e profughi nell’isola siciliana di Lampedusa è servito al governo italiano per non gestire una situazione che si è trasformata, inesorabilmente, in una emergenza. Le presenze di immigrati a Lampedusa hanno superato le 12.000 unità. Davvero una quantità considerevole se si pensa che i lampedusani residenti sono, abitualmente, cinquemila. Eppure, dodicimila persone non sarebbero di per sé un problema. Il vero problema è un altro, e cioè le condizioni inumane nelle quali il governo ha abbandonato al loro destino gli immigrati e, insieme a loro, la popolazione autoctona. Per giorni e giorni il governo ha indugiato nel predisporre un piano sostenibile per un’accoglienza decente e per la progressiva evacuazione dell’isola, e così (a fronte di una oggettiva intensificazione degli sbarchi) non si è provveduto a un contestuale decongestionamento di Lampedusa. Una volontà politica criminale che discende direttamente dalla generale impostazione repressiva delle leggi in materia di immigrazione in Italia. L’emergenza-Lampedusa rappresenta un quadro, grottesco e realistico nello stesso tempo, della pericolosità sociale di chi sta governando il paese. A Lampedusa gli immigrati sono stati dapprima stipati nel Centro di prima accoglienza, pieno fino all’inverosimile (1.500 persone), altri 450 nella ex base Loran, 420 nelle strutture ecclesiastiche, e ben 4.000 nella stazione marittima, nell’area del porto e sulla “collina della vergogna” dove essi stessi hanno improvvisato un accampamento. Inevitabili le proteste dei migranti, e altrettanto inevitabile la reazione rabbiosa dei lampedusani: dapprima i blocchi del porto con la volontà di non fare attraccare più alcun barcone, e poi l’occupazione dell’aula consiliare del Comune in segno di protesta. A fare da sfondo a tutto questo, il radicato sentimento di frustrazione della popolazione isolana, di fatto costretta a subire le scelte dissennate del governo centrale. Il conflitto si sta consumando anche a livello istituzionale, con la Regione siciliana (presieduta dal governatore Lombardo) che ha denunciato le mancate promesse da parte del Ministro dell’Interno Maroni in direzione di una distribuzione degli immigrati su tutto il territorio nazionale. D’altra parte, quel galantuomo di Umberto Bossi ha sbrigativamente liquidato l’ argomento auspicando che gli immigrati se ne vadano «fuori dalle palle» il prima possibile. Infatti, dopo che l’emergenza è stata creata ad arte, il governo ha giocato un’altra, incredibile, carta: le tendopoli. Tredici siti di proprietà demaniale (per lo più di origine militare) sono stati individuati in tutta Italia per allestire accampamenti destinati alla “sistemazione” dei migranti. T ra le tendopoli in fase di allestimento, quella di Manduria (in provincia di Taranto), di Caltanissetta (vicino al Centro di identificazione ed espulsione) e di Kinisia, vicino Trapani. In quest’ultimo caso, si tratta dell’area dell’ex aeroporto militare, a pochissima distanza dall’attuale base militare di Birgi (da dove partono i Tornado italiani che fanno la guerra in Libia). L’ex aeroporto di Kinisia si trova in aperta campagna, è un edificio diroccato e abbandonato, e la tendopoli è stata montata sulla pista, in un vasta area già soggetta a deposito abusivo di amianto e rifiuti proibiti. Anche qui, la popolazione locale ha dato segni di pericolosa insofferenza manife- stando contro la realizzazione dell’accampamento. I trapanesi che vivono nella tranquilla periferia rurale della città non vogliono gli immigrati “per non fare la fine di Lampedusa”, “perché abbiamo paura”, “perché temiamo per i nostri bambini”. Reazioni scomposte e irrazionali che si aggiungono alla rabbia per il danno economico derivato dalla forzata (prima totale poi parziale) chiusura dell’aeroporto civile a seguito dell’inizio delle operazioni di guerra. Dall’altra parte dell’isola, c’è il “ Villaggio della solidarietà” (ex residenza dei militari Usa di Sigonella) a Mineo, in provincia di Catania. Anche in questo caso, l’approssimazione si è accompagnata a un innalzamento ingiustificato della tensione e dell’ingestibilità. A Lampedusa si è presentato Berlusconi in persona, per un comizio in grande stile, annunciando l’arrivo di sei navi per l’immediata evacuazione dell’isola. Ma è davvero concreta la sensazione che, in tutta questa vicenda, gli immigrati siano trattati come pacchi postali da rimuovere, deportare e internare senza alcun criterio di umanità. All’origine di questo scempio ci sono molti fattori. Le leggi razziste, innanzitutto, che rendono materialmente impossibile la vita degli immigrati marchiati come “irregolari”. Se ci si potesse spostare liberamente, la maggior parte di questi problemi non ci sarebbero. Le persone non sarebbero considerate “extracomunitarie”, né si creerebbero pretestuose distinzioni tra “clandestini”, “profughi” e “richiedenti asilo” con tutta la burocrazia assassina che ne deriva. E poi c’è la situazione internazionale. Non è possibile pretendere che le persone non cerchino di fuggire dalle situazioni di pericolo o di precarietà. Le rivolte nel Maghreb e l’instabilità sociale e politica in Tunisia ed Egitto sono tutti motivi più che comprensibili per emigrare. Infine, non bisogna dimenticare che siamo in guerra. I paesi occidentali hanno scatenato l’intervento militare in Libia, l’Italia si è accodata volentieri in questa impresa scellerata, e adesso si pretende di non avere a che fare con le sue conseguenze disastrose.Il 24 maggio a Firenze,è avvenuta l'ennesima repressione,sono stati sgomberati da parte della polizia municipale i richiedenti asilo e i rifugiati politici che stavano manifestando,in modo pacifico in piazza Beslam,per denunciare le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere,pur essendo,molti di loro in possesso dei documenti di asilo politico,perciò,secondo la Convezione di Ginevra ,nel pieno diritto di stare in Italia.Con l'approvazione del sindaco Renzi,la polizia municipale ha sequestrato documenti striscioni,tende (cioè tutto ciò che avevano)dimostrando quanto spesso in questo paese vengano calpestati i diritti degli umani. Tutto ciò denota un atteggiamento razzista e intollerante,ma anche la mancanza di capacità di gestire una situazione così delicata come quella dei profughi. Tutto ciò dimostra che non viviamo in una società tollerante e dove il rispetto reciproco non è più un valore. Siamo convinti che i migranti e i rifugiati politici siano vittime dello stesso perverso sistema che abbrutisce e sottrae diritti e speranze al futuro dei cittadini e delle cittadine italiani, per questo invitiamo tutta la società civile ad esprimere la propria indignazione per quanto è accaduto, e a ribadire che nella società che vogliamo non c'è posto per atti di intolleranza xenofoba e politiche che calpestano i diritti fondamentali di uomini e donne, qualunque sia la loro nazionalità e il loro status giuridico .Ai compagni spetta un compito epocale, quello di fare fronte a questa deriva infame. In questa fase la lotta antirazzista non può prescindere da un rilancio dell’attività antimilitarista. In entrambi i casi occorre lavorare nel corpo sociale per arginare gli effetti nefasti del terrorismo mediatico con cui il governo dipinge gli immigrati come pericolosi invasori, descrive l’intervento in Libia come un provvedimento umanitario, impaurisce e distrae l’opinione pubblica costruendo a tavolino le situazioni emergenziali per poi giustificare strette repressive e discriminatorie assolutamente devastanti.
Impastato
La T A V in Val di Susa ha portato alla luce tutta una serie di questioni chiave italiane ed europee. Chi scrive non pensa che non si possa costruire infrastrutture soltanto perché “deturpano” qualsiasi costruzione, dalle discariche alle industrie, dalle ferrovie alle case, lascia un segno nell'ambiente circostante, lo modifica con tutti gli aspetti positivi e negativi che ciò comporta. La costruzione di qualsiasi cosa deve essere basata su un paragone tra i benefici che una determinata opera comporta e gli svantaggi, e più l'opera in questione è grande, più i vantaggi devono essere superiori agli svantaggi. Quando parliamo della T A V in Val di Susa, non parliamo di una semplice ferrovia, o di costruire una galleria in una montagna. Parliamo della costruzione di tre gallerie per un totale di circa 90km, di un cantiere lungo 3 km in una valle che larga poco più di un km, in una montagna dove, dai documenti della società incaricata della costruzione della parte italiana (RFI), si trovano anche amianto ed uranio. La costruzione dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) durare 15 anni. Quindi stiamo parlando di 15 anni di lavori, di cantieri, di tir che percorrono una valle strettissima, di falde acquifere destinate ad essere prosciugate (l'esperienza del Mugello insegna), di quantità enormi di materiali da trattare in sicurezza. L'opera costa circa 14 miliardi di euro (preventivato nel 2006 dal governo italiano e francese), dei quali circa 9 miliardi a carico dell'Italia, senza considerare l'adeguamento dei costi, le opere tecnologiche necessarie, i lavori necessari allo snodo di Torino ed i materiali rotabili che poi dovrebbero effettivamente servire alla linea. Stiamo parlando di una delle opere più grandi e più costose mai costruite in Italia. La Val di Susa, oltre ad essere percorsa da un traliccio e da un'autostrada, è percorsa anche da una ferrovia. Questa ferrovia potrebbe sopportare un traffico doppio rispetto a quello esistente, in una tratta tra l'altro che vede una costante diminuzione del traffico anno dopo anno (“ T av: le ragioni liberali del No” di Andrea Boitani - cattedra di Economia politica dell'Università Cattolica di Milano- Marco Ponti e Francesco Ramella, 2007). Di fronte a questi dati (per informazioni più approfondite rimando alla lettura di “ALTRE 150 BREVI RAGIONI TECNICHE CONTRO IL TAV IN VAL DI SUSA” a cura di Mario Cavargna, Presidente di Pro Natura Piemonte e master di ingegneria ambientale ) viene da chiedersi: chi deve svolgere i lavori? Di chi si dovranno fidare i Valsusini? Chi tratterà quantità enormi di amianto ed uranio in sicurezza? E soprattutto chi prenderà i soldi per costruire questa opera? La società incaricata della costruzione è la Ltf (Lyon Turin Ferroviaire), partecipata a metà da Rete Ferroviaria Italiana e Réseau Ferré de France. Il direttore di questa società è stato fino a poco tempo fa Paolo Comastri. Paolo Comastri è stato condannato a 8 mesi di reclusione in Tribunale in primo grado a Torino per turbativa d’asta, per avere cercato di pilotare l’appalto per la costruzione della discenderia di Venaus, propedeutica alla costruzione del tunnel. A certi personaggi non dovrebbe essere consentito neanche costruire un castello di costruzioni per bambini. Di fronte ad un'opera dannosa, costosa ed inutile, i Valsusini non sono stati a guardare. I No Tav sono stati molto chiari: hanno detto che il problema non è la costruzione della galleria in Val di Susa, è la costruzione della galleria e basta. Non si tratta di localismi, si tratta di ripensare seriamente ad un altro modello di sviluppo, che non veda gli abitanti dei territori come qualcosa da spostare da un'altra parte per costruire infrastrutture che fanno crescere il PIL, ovvero i guadagni dei soliti noti. Di fronte a questa volontà di resistenza il governo non ha potuto fare altro che militarizzare la valle, usando la sola lingua che il potere parla quando è in difficoltà, lacrimogeni e manganelli. Dopo la grande manifestazione del 3 luglio tutta la stampa in blocco ha condannato le violenze. Tutti i politici si sono affrettati a riversare nelle redazioni dichiarazioni stucchevoli di condanna degli scontri, chiedendo ai manifestanti di “isolare i violenti”, dicendo che “c'era gente che non c'entrava niente con la Val di Susa” - come se cittadinanza non significasse anche interessarsi dei problemi che non sono nel nostro orto -, che “c'erano i black block” questi fantomatici personaggi che compaiono dove il potere mostra la sua natura repressiva. Anche qui i No TAV sono stati chiarissimi: hanno rivendicato tutto quello che è successo, hanno urlato alla stampa “libera” (libera sì, ma di parlare solo delle prostitute del premier e non degli affari mafiosi che stringono sulle nostre teste) che la vera violenza è quella di chi vuole imporre opere inutili e dannose, di chi archivia come terrorismo tutto ciò che è dissonante con il canto delle cicale del profitto. Il mantra “la TAV la vuole l'Unione Europea” è stato portato come prova dell'obbligatorietà dell'opera. Nessuno si è chiesto a quali poteri risponde Unione Europea - visto che i commissari dell'UE non sono neanche eletti dei cittadini ma nominati? L'immagine dell'Unione Europea come baluardo di legalità, come ancora di salvataggio da questa classe politica, non ci deve far dimenticare che le uniche leggi alle quali risponde sono quelle del profitto, sono quelle delle ricette anticrisi greche, quelle delle privatizzazioni, dei tagli ai salari ed alle pensioni. L'Unione Europea come è ora, non è la cura ai vari Berlusconi e Bossi, ma è la malattia del profitto a tutti i costi. Una volta che ci siamo liberati di questa, scompaiono anche i sintomi, le classi politiche corrotte e le opere inutili. La strada per trovare il vaccino è ancora lunga, ma in Val di Susa hanno fatto un altro passo avanti.Art . 1. Il Collettivo Politico Formiche Rosse nasce dal bisogno di costituire un punto di riferimento per l’azione di tutte le forze comuniste, anarchiche e di sinistra anticapitalista, col fine di unificare le varie organizzazioni e i vari movimenti che abbiano come fine la realizzazione di una società socialmente ed economicamente egualitaria.
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