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mercoledì 17 marzo 2010

Per salvare noi e la Terra bisogna cambiare cultura

tratto da l'Unità.it
di Cristiana Pulcinelli
16 marzo 2010

È inutile fare finta di niente: così non possiamo andare avanti a lungo. Consumiamo troppo. Nel 2006 nel mondo si sono spesi 30,5 mila miliardi di dollari in beni e servizi, il 28% in più rispetto al 1996 e sei volte di più rispetto al 1960. Certo, c’è stata la crescita demografica. Ma la popolazione dal 1960 ad oggi è aumentata di poco più di due volte e non di sei volte. Molti beni sono stati acquistati per rispondere a bisogni primari: il cibo, la casa. Ma, più cresce il reddito, più aumenta la propensione al consumo: case più grandi, cibi più raffinati, automobili, televisori, viaggi aerei, computer, telefonini. Tutto sembra indispensabile. Un modello che si sta espandendo dai paesi ricchi ai paesi in via di sviluppo. Il problema è che all’aumento dei consumi corrispondono più estrazioni dal sottosuolo di combustibili fossili, minerali e metalli, più alberi tagliati, più terreni coltivati. Insomma, più pressione sui sistemi della Terra. L’indicatore dell’impronta ecologica, che mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità del nostro pianeta di rigenerarle, ci dice che già oggi utilizziamo le risorse di 1,3 Terre. E secondo le previsioni dell’Onu nei prossimi trent’anni altri 2,5 miliardi di persone dovranno avere accesso all’energia.

Cosa fare? Rallentare la crescita demografica, adottare tecnologie sostenibili, non c’è dubbio. Ma non basta. Facciamo due conti. Se volessimo vivere tutti come vivono i cittadini degli Stati Uniti, il nostro pianeta potrebbe sostenere solo 1,4 miliardi di individui, mentre noi siamo già quasi 7 miliardi e si prevede che entro il 2050 saremo 2,3 miliardi in più. Con efficaci strategie, potremmo frenare la crescita a poco più di 1 miliardo. Comunque troppi. Pensiamo all’energia. Da una recente analisi si è visto che per produrre energia sufficiente a soppiantare gran parte di quanto fornito dai combustibili fossili, si dovrebbero costruire 200 metri quadri di pannelli solari fotovoltaici e 100 di solare termico al secondo più 24 turbine eoliche all’ora per i prossimi 25 anni. Il Worldwatch Institute, l’autorevole osservatorio sull’ambiente, propone oggi un’altra strada, complementare e non sostitutiva delle due precedenti, per andare verso una società sostenibile: cambiare i modelli culturali. Il nuovo rapporto State of the World 2010 si intitola proprio: «Trasformare la cultura del consumo. Rapporto sul progresso verso una società sostenibile». Il consumismo che dovremmo abbandonare è quello definito dall’economista Paul Ekins un orientamento culturale in cui «il possesso e l’utilizzo di un numero e una varietà crescente di beni e servizi è l’aspirazione culturale principale e la strada percepita come più sicura verso la felicità individuale, lo status sociale e il successo nazionale». Il primo problema è riconoscere il consumismo come un orientamento culturale: la sua pervasività è tale che ormai viene sentito come qualcosa di naturale.

Il secondo è mettere mano, praticamente, alle nostre abitudini. Come convincere i nostri figli che il pane nel latte è meglio dei cereali? Nostra madre che la carne è meglio mangiarla solo una volta ogni 15 giorni? Il nostro amico che non deve cambiare l’auto ogni due anni? L’imprenditore che è meglio far lavorare meno i suoi dipendenti? La notizia cattiva, dunque, è che stiamo parlando di un’impresa titanica e quasi visionaria. Come dice l’inventore del microcredito e premio Nobel per la pace Muhammad Yinus nella prefazione al volume: «Nessuna generazione prima d’ora, nell’intera storia del mondo, è riuscita a realizzare una trasformazione culturale così profonda come quella invocata in queste pagine». La notizia buona è che questa trasformazione è possibile, anzi che il processo di cambiamento è già cominciato come dimostrano i molti esempi che il rapporto cita. I bambini. Oggi gli operatori del marketing degli Stati Uniti investono circa 17 miliardi di dollari per bersagliare i bambini di pubblicità. E le aziende alimentari spendono 1,9 miliardi di dollari l’anno in campagne pubblicitarie mirate ai bambini di tutto il mondo.

Ma qualcosa si sta muovendo: nella provincia canadese del Quebec è vietata la pubblicità televisiva rivolta i bambini sotto i 13 anni. In Norvegia e in Svezia il divieto è applicato al di sotto dei 12 anni. La Francia ha proibito programmi televisivi per bambini al di sotto dei tre anni d’età. E la scuola? Qualcosa si muove anche lì. A cominciare dalla mensa scolastica. La scelta di paesi come la Scozia e l’Italia di puntare sull’uso di prodotti biologici, locali e freschi è interessante, soprattutto se messa a confronto con quelle di altri paesi in cui i distributori automatici di merendine e bevande gasate forniscono una percentuale delle entrate all’amministrazione scolastica. L’economia. Secondo gli estensori del rapporto dobbiamo partire da alcune consapevolezze: primo, la crescita del prodotto interno lordo non solo è impossibile, ma indesiderabile perché non vuol dire crescita del benessere. Secondo, una transizione ad una nuova società ci sarà comunque e sarà determinata dalle crisi economiche. Il problema è quindi come governare il cambiamento. Una trasformazione economica fondamentale riguarderà la migliore distribuzione dell’orario lavorativo. Oggi molte persone lavorano troppe ore, guadagnano di più e trasformano il reddito in consumi. D’altro lato, ci sono moltissimi disoccupati. Lavorare meno vuol dire far lavorare più persone, avere più tempo libero, far diminuire i consumi energetici. Un altro punto di forza della nuova economia sono le imprese sociali, quelle imprese in cui si producono beni e servizi di utilità sociale e di interesse generale Anche qui gli esempi positivi sono molti. Storie come quella dell’impresa egiziana Sekem che, contro chi sosteneva che non era possibile rendere fertile la parte di deserto lontana dal Nilo, oggi produce derrate alimentari biologiche, cotone, erbe medicinali proprio nel mezzo del nulla.

I governi e le amministrazioni. Dalla messa al bando dei sacchetti di plastica in Irlanda al ritiro dal commercio delle lampade a incandescenza nel Canada, alle pesanti imposte sulle emissioni della Svezia, le iniziative per promuovere stili di vita sostenibili non mancano. Molte città stanno riducendo la loro impronta ecologica. Un esempio? Il quartiere BedZED di Londra, interamente costruito con materiale riciclato, consuma esattamente tanta energia quanta ne produce e ha al suo interno orti biologici. Mass media e religioni. I mezzi di comunicazione di massa possono essere strumenti efficaci per plasmare le culture. Lo hanno fatto diffondendo un modello consumistico. Lo potrebbero fare diffondendo un modello di sostenibilità. Quindi, dicono gli autori del rapporto, si può pensare di usare il marketing sociale per trasformare la cultura del consumo. Ma ci si può spingere ancora più in là e pensare di usare anche le religioni a questo scopo: «Poiché l’86% della popolazione mondiale afferma di appartenere a una religione organizzata, sarà senza dubbio indispensabile coinvolgere le religioni nella diffusione delle culture della sostenibilità».

domenica 14 marzo 2010

Per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la tutela di beni comuni, biodiversità e clima, per la democrazia partecipativa

Appello per la manifestazione
Per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la tutela di beni comuni, biodiversità e clima, per la democrazia partecipativa

Insieme, donne e uomini appartenenti a comitati territoriali e associazioni, forze culturali e religiose, sindacali e politiche, abbiamo contrastato i processi di privatizzazione del servizio idrico portati avanti in questi anni dalle politiche governative e in tutti i territori.
Insieme abbiamo costituito il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e raccolto più di 400.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua.
Mentre la nostra proposta di legge d’iniziativa popolare giace nei cassetti delle commissioni parlamentari, l’attuale Governo ha impresso un’ulteriore pesante accelerazione, approvando, nonostante l’indignazione generale, leggi che consegnano l’acqua ai privati e alle multinazionali (art. 23bis, integrato dall’ art. 15-decreto Ronchi).
Non abbiamo alcuna intenzione di permetterglielo.
La nostra esperienza collettiva, plurale e partecipativa è il segno più evidente di una realtà vasta e diffusa, di un movimento vero e radicato nei territori, che ha costruito consapevolezza collettiva e capacità di mobilitazione, sensibilizzazione sociale e proposte alternative.
Chiamiamo tutte e tutti ad una manifestazione nazionale a Roma sabato 20 marzo, per bloccare le politiche di privatizzazione della gestoione dell’acqua, per riaffermarne il valore di bene comune e diritto umano universale, per rivendicarne una gestione pubblica e partecipativa, per chiedere l’approvazione della nostra legge d’iniziativa popolare, per dire tutte e tutti assieme “L’acqua fuori dal mercato!”.
Nella nostra esperienza di movimenti per l’acqua, ci siamo sempre mossi con la consapevolezza che quanto si vuole imporre sull’acqua e in ciascun territorio è solo un tassello di un quadro molto più ampio che riguarda tutti i beni comuni, attraversa l’intero pianeta e vuol mettere sul mercato la vita delle persone.
La perdurante crisi economica, occupazionale, ambientale, alimentare e di democrazia, è la testimonianza dell’insostenibilità dell’attuale modello di produzione, consumi e vita.
Il recente fallimento del summit ONU di Copenaghen è solo l’ultimo esempio dell’inadeguatezza delle politiche liberiste e mercantili, incapaci di rispondere ai diritti e ai bisogni dell’umanità.
Se il mercato ha prodotto l’esasperazione delle diseguaglianze sociali, la cronicità della devastazione ambientale e climatica, la drammaticità di grandi migrazioni di massa, non può essere lo stesso mercato a porvi rimedio.
Analogamente alle battaglie sull’acqua, in questi anni e in moltissimi territori, sono nate decine di altre resistenze in difesa dei beni comuni.
Significative mobilitazioni popolari, capaci di proposte alternative nel segno della democrazia condivisa, stanno tenacemente contrastando la politica delle “grandi opere” devastatrici dei territori, una gestione dei rifiuti legata al business dell’incenerimento, un modello energetico dissipatorio e autoritario, basato su impianti nocivi ed ora anche sul nucleare.
Rappresentano esperienze, culture e storie anche molto diverse fra loro, ma ugualmente accomunate dalla voglia di trasformare questo insostenibile modello sociale, difendendo i beni comuni contro la mercificazione, il lavoro contro la sua riduzione a costo, la salute contro tutte le nocività, i territori contro le devastazioni ambientali.
Chiamiamo tutte queste realtà a costruire assieme la manifestazione nazionale di sabato 20 marzo.
Ciascuna con la propria esperienza e specificità, ciascuna con la propria ricchezza e capacità.
Pensiamo che la manifestazione, oltre ad essere un importante ed unificante momento di lotta, ponga con intelligenza e determinazione la questione della democrazia partecipativa, ovvero l’inalienabile diritto di tutte/i a decidere e a partecipare alla gestione dell’acqua e dei beni comuni, del territorio e dell’energia, della salute e del benessere sociale.
Consapevoli delle nostre differenze, accomunati dal medesimo desiderio di un altro mondo possibile.

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

per info Forum italiano dei movimenti per l'acqua

venerdì 12 marzo 2010

Una firma per l'acqua pubblica

Il 20 marzo nell'indifferenza generale dei media si svolgerà a Roma una grande manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la tutela di beni comuni, biodiversità e clima, per la democrazia partecipativa.
Sono state raccolte più di 400.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua.

Mentre la proposta di legge d’iniziativa popolare giace nei cassetti delle commissioni parlamentari, l’attuale Governo ha impresso un’ulteriore pesante accelerazione, approvando, nonostante l’indignazione generale, leggi che consegnano l’acqua ai privati e alle multinazionali.

Per questo in concomitanza con la manifestazione di Roma raccoglieremo ad Empoli, Castelfiorentino e Fucecchio delle firme di supporto ad una mozione da presentare nei Consigli Comunali del territorio per inserire l'acqua nello statuto del comune come bene privo di rilevanza economica.

Questo è un appello aperto a tutti gli uomini e le donne appartenenti a comitati territoriali e associazioni, forze culturali e religiose, sindacali e politiche che credono nel riconoscimento dell'acqua come bene comune e diritto umano universale. Chiunque volesse aderire può farlo inviando una email all'indirizzo acquapubblicaempoli@gmail.com

L'acqua è un diritto umano fondamentale, non un privilegio.

Pagina Facebook "Una firma per l'acqua pubblica - Empoli - Castelfiorentino - Fucecchio"

martedì 2 marzo 2010

Nucleare: le 5 menzogne da smontare

tratto da www.campoantimperialista.it
di Leonardo Mazzei
28 febbraio 2010

Due notiziole hanno riproposto negli ultimi giorni la questione del nucleare. La prima viene dagli Stati Uniti, dove il Senato del Vermont ha votato, per ragioni di sicurezza, la chiusura del suo reattore atomico nel marzo del 2012. La seconda viene dall’Italia, dove il ministro dell’istruzione Gelmini ha annunciato un programma per spiegare agli studenti la bontà dell’energia atomica.
Da una parte la realtà del nucleare che, nonostante i giganteschi sforzi della lobby che lo sostiene, proprio non ce la fa a rendersi credibile specie per quanto riguarda la sicurezza; dall’altra una propaganda odiosa quanto priva di veri argomenti. Ma siccome la propaganda c’è e non bada a spese, può essere utile concentrarsi sulle principali menzogne utilizzate dai sostenitori del nucleare.

Menzogna n° 1: il nucleare è pulito e sicuro
Da decenni ascoltiamo la favola del «nucleare pulito e sicuro», un obiettivo sempre rimandato ai «reattori di nuova generazione», ammettendo così implicitamente l’insicurezza di quelli già esistenti, sulla cui sicurezza si era in precedenza giurato. Basterebbe riflettere su questo giochino, fondato sul credo delle infinite possibilità della tecnologia, per comprendere portata e natura dell’imbroglio atomico.
«Pulito e sicuro» è stata anche la formula magica utilizzata 10 giorni fa da Obama (il «verde» Obama...) per annunciare la ripartenza del programma nucleare negli Usa con un apposito prestito federale – chissà perché le centrali nucleari debbano essere sempre finanziate con denaro pubblico! – per due nuovi reattori nella centrale di Augusta in Georgia. In realtà, due nuovi reattori in un paese che ne possiede 104, e che non ne commissiona di nuovi dal 1978, è praticamente niente, ma tanto è bastato per far esultare gli ultras del partito dell’atomo.
Ma come si presenta oggi la questione della sicurezza?
Per rispondere conviene partire proprio dal Vermont. La decisione di chiudere il reattore Yankee (così si chiama) nasce dalle periodiche perdite di materiale radioattivo. La società proprietaria della centrale, la Entergy di New Orleans, aveva negato davanti al parlamento del Vermont l’esistenza delle fughe conseguenti ad un guasto avvenuto nel 2007, ma per sua sfortuna fu abbondantemente smentita dai test successivamente effettuati. Oggi, di fronte all’evidenza, la Entergy ammette quel che prima aveva spudoratamente negato. Scarica la colpa su alcuni funzionari negligenti, prontamente licenziati, ed assicura che oggi il reattore funziona perfettamente e che non può che far del bene ai boschi del Vermont.
Ci siamo soffermati su questo caso non solo perché l’ultimo della serie, ma soprattutto perché emblematico del meccanismo della menzogna che caratterizza la gestione del nucleare in tutto il mondo. Un meccanismo basato sul circolo: negazione degli incidenti, parziale ammissione quando si è scoperti, rassicurazione per il futuro.
Questo meccanismo è stato usato sistematicamente in occasione di decine di incidenti in Francia, in Gran Bretagna ed in altri paesi. Possiamo citare gli innumerevoli incidenti che costellarono l’estate 2008 in Francia, nel più grave dei quali – avvenuto nell’impianto di Tricastin – si raggiunsero valori di radioattività nell’ambiente superiori di 130 volte alla soglia di sicurezza. Oppure quello della centrale slovena di Krsko. O quelli nelle centrali inglesi, nelle cui zone circostanti è da tempo accertato un significativo aumento delle leucemie.
Ma parlando di sicurezza bisogna sempre ricordare la catastrofe di Chernobyl (aprile 1986) a causa della quale si calcolano oggi decine di migliaia di morti per tumore, mentre la contaminazione del territorio farà sentire i suoi effetti per un tempo lunghissimo. Come bisogna ricordare l’incidente di Three Mile Island (Usa) dove nel 1979 si arrivò ad un passo da un disastro ancora più grave di quello di Chernobyl, e dove comunque negli anni successivi si è registrato un picco di tumori tra gli abitanti della zona.
Ma qualcuno potrebbe pensare che questi incidenti appartengano ormai al passato, frutto delle obsolete tecnologie del secolo scorso. A parte il fatto che la tecnologia nucleare non è poi cambiata molto, e non a caso i problemi che si presentano sono più o meno sempre gli stessi, bisognerebbe riflettere su quanto accaduto nella centrale giapponese di Kashiwazaki nel luglio 2007.
Non stiamo parlando di un impianto qualsiasi, ma della centrale atomica più grande del mondo (8.000 MW di potenza). E non stiamo parlando di un paese qualsiasi, bensì del Giappone, sempre portato ad esempio dal punto di vista tecnologico. E portato ad esempio in particolare per la prevenzione sismica. Eppure fu proprio un terremoto, peraltro di intensità assai inferiore rispetto a quello ipotizzato nei calcoli di progetto della centrale, a provocare perdite radioattive, incendi ed altri guasti che portarono alla chiusura dell’impianto.
Hanno niente da dire su Kashiwazaki i nostrani fautori dell’atomo? Se ne parlerà nella scuola gelminiana? Ovviamente no, dato che lo scopo sarà semplicemente quello di indottrinare. Eppure basterebbe citare il sintetico commento dell’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) secondo cui sull’evento verificatosi nella centrale giapponese «non esiste esperienza né regole per caratterizzarne con precisione gli effetti».
Incidenti a parte resta poi la gigantesca questione delle scorie. Una questione irrisolta, non solo in Italia come si vorrebbe far credere, ma nel mondo intero. Una questione che rimanda ad una responsabilità tremenda verso le nuove generazioni, e che intanto costa alla collettività cifre enormi inevitabilmente scaricate sulle bollette elettriche.

Menzogna n° 2: il nucleare risolverà i problemi energetici del pianeta
Se la trattazione del tema della sicurezza è caratterizzata dall’omertà, la menzogna sulla capacità del nucleare di risolvere i problemi energetici del pianeta è forse la più grossa. Se noi chiedessimo, non dico a dei passanti, ma ad una platea di insegnanti, giornalisti, economisti e politici qual è il contributo attuale del nucleare alla copertura del fabbisogno energetico globale, credo che avemmo risposte abbastanza esilaranti, come se avessimo preteso da una platea di calciatori la conoscenza della teoria della relatività.
Eppure il dato è semplice: 6%. Dopo decenni di nucleare (la prima centrale costruita a scopi energetici entrò in funzione in Inghilterra nel 1956), un modestissimo sei percento. Una percentuale ferma da anni e che non sembra proprio destinata a crescere. Gli impianti in costruzione sono infatti pochissimi, in Europa ad esempio sono soltanto 2, a Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Normandia (progetto a cui partecipa anche l’Enel). Tenendo anche conto dei tempi reali di costruzione, che si avvicinano in genere ai 10 anni, due reattori in costruzione a fronte dei 148 in funzione nell’Unione Europea sono niente, ed anzi danno perfettamente l’idea di una tecnologia oggettivamente in declino. In declino per una serie di fattori: ambientali, economici e relativi all’effettiva disponibilità della materia prima.
Quel che è certo è che il mondo non sta affatto andando, come invece si vorrebbe far credere, verso il nucleare. Per comprenderlo appieno basti pensare che la stessa IEA (International Energy Agency) prevede che nel 2030 il nucleare arrivi a coprire il 6,9% del fabbisogno mondiale di energia. E, cosa ancor più significativa, prevede un aumento percentuale dell’energia prodotta dall’atomo addirittura inferiore all’incremento atteso per una fonte ormai super-sfruttata come l’idroelettrico.
E alla IEA il partito atomico ha sicuramente buoni amici, per cui non è difficile prevedere che questi stessi dati, per quanto non certo positivi per il nucleare, siano comunque sovrastimati.
Uno dei trucchi utilizzati per far credere ai miracoli del nucleare è quello di confondere i consumi di energia con i consumi elettrici. E’ un trucco grossolano, ma che funziona. Si dice allora, giusto per fare un esempio, che la Francia ottiene dall’atomo il 78% dell’energia di cui ha bisogno, mentre si dovrebbe dire che produce il 78% dell’energia elettrica, che corrisponde a circa il 26% dell’energia complessivamente consumata. La percentuale di energia consumata sotto forma di elettricità è infatti attorno ad un terzo dei consumi complessivi. Sta di fatto, volendo rimanere all’esempio francese, che la quantità di combustibili fossili consumati in Francia è sostanzialmente equivalente a quella dell’Italia che dall’atomo non ricava un solo chilowattora.
Al di là dei problemi ambientali, sanitari e della sicurezza, una delle ragioni per cui l’energia atomica non potrà in nessun caso risolvere i problemi energetici del pianeta è la scarsa disponibilità della materia prima, l’uranio. E’ questo, certo non per caso, uno degli elementi più oscurati dalla (dis)informazione corrente. Eppure, anche qui, dati assolutamente negativi per le prospettive atomiche ci arrivano non da qualche ambientalista affetto dalla sindrome Nimby, ma dalla AIEA, la già citata agenzia atomica dell’ONU. Questa agenzia, che evidentemente tutto può essere fuorché nemica del nucleare, stimava nel 2001 che le riserve di uranio «ragionevolmente assicurate» (dunque neppure del tutto certe) fossero sufficienti ad alimentare le centrali esistenti (escluse quindi quelle future) per soli 35 anni.
Si può forse ritenere che le riserve effettivamente sfruttabili in futuro, grazie alla scoperta di nuovi giacimenti, possano risultare un po’ superiori, e le proiezioni – così come avviene del resto per i combustibili fossili – ne tengono giustamente conto. Ma da qui ad immaginare il nucleare come soluzione ai problemi energetici ce ne corre abbastanza per rendersi conto dell’enorme panzana che vorrebbero venderci.

Menzogna n° 3: il nucleare abbassa il costo dell’energia
E’ questa un’altra falsità ben radicata.
Per dimostrarlo partiamo da un paradosso solo apparente. Abbiamo già accennato che il costo dello stoccaggio delle scorie finisce nelle bollette elettriche. Bene, se per ipotesi l’Italia non avesse mai avuto centrali nucleari quel costo (valutato in 3-4 miliardi di euro) non ci sarebbe. Altro esempio: oltre trent’anni fa l’Enel andò ad impelagarsi nel progetto francese del Superphénix, il cosiddetto reattore autofertilizzante che prometteva meraviglie straordinarie. Risultato? Quel reattore non ha praticamente mai prodotto energia ed oggi è fermo e abbandonato. Il prezzo di quell’avventura (10 miliardi di euro) è stato interamente scaricato sul costo del chilovattora, anche se ben pochi utenti italiani, magari convinti invece di pagare troppo l’energia elettrica proprio perché non abbiamo centrali atomiche in funzione, lo sanno.
Un altro aspetto sul quale si mente spudoratamente è quello del costo delle centrali. Per una centrale con reattore EPR, prodotto dalla francese Areva, come quelle che si vorrebbero costruire in Italia, il governo e l’ad (amministratore delegato) dell’Enel, Fulvio Conti, parlano di un costo unitario di 3-3,5 miliardi di euro. Secondo l’omologo tedesco di Conti, l’ad di E.On Bernotat, il costo sarebbe invece di 6 miliardi.
Quel che è certo è che nella già citata centrale di Olkiluoto (Finlandia) i costi inizialmente previsti sono aumentati del 77%. Questo impianto doveva entrare in esercizio nel maggio 2009, mentre ora si prevede che ciò avverrà nell’estate del 2012. Nel frattempo il costo è passato da 3,0 a 5,3 miliardi di euro. Ed anche i «freddi» finlandesi hanno iniziato a surriscaldarsi, imprecando contro il reattore EPR che tanto entusiasma Berlusconi e soci.
Ma a mettere in dubbio l’economicità del nucleare non sono solo ambientalisti convinti e sostenitori delle energie rinnovabili. Sono anche alcuni «mostri sacri» della finanza. Uno per tutti Citigroup, la più grande holding di servizi finanziari del mondo, che in un recente documento considera inaccettabili i rischi finanziari (ovviamente a Citigroup questo interessa, e nient’altro) del nucleare.
Incertezze nella fase di costruzione, costi di realizzazione ma anche di gestione, instabilità del prezzo dell’energia, elevati costi di smantellamento: sono questi i fattori che portano Citigroup a sconsigliare vivamente gli investimenti privati nel settore.
Se nucleare sarà, conferma Citigroup, esso non potrà che essere riccamente sovvenzionato dagli stati. E per sovvenzionarlo esistono solo due modi: o accettare un consistente aumento delle bollette (altro che riduzione!) o far ricadere buona parte dei costi di costruzione, gestione e smantellamento sullo stato, cioè sulla fiscalità generale, in base all’inossidabile principio della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite tipico del capitalismo reale, un capitalismo che si vorrebbe liberista ma che è invece iper-assistito.
Restano da sfatare i luoghi comuni sul prezzo del chilowattora «nucleare» di produzione francese, importato nottetempo dall’Italia. Un chilowattora conveniente infatti solo nelle ore notturne, per una ragione tecnica che vedremo più precisamente al punto successivo.

Menzogna n° 4: l’Italia è obbligata ad importare energia elettrica di fonte nucleare
L’Italia non è affatto obbligata ad importare alcunché, oggi meno che mai.
Su questo punto riprendiamo quanto scritto un anno fa (vedi Colonia francese?).
«Si parla di dipendenza del sistema elettrico nazionale solo in virtù di importazioni che nascono da una scelta economica non da una necessità strutturale come i più sono indotti a credere.
L’Italia ha una potenza installata ormai vicina ai 100mila megawatt, quando la rete elettrica nazionale ne richiede nelle punte massime 55.000. Ovviamente non tutta la potenza installata può essere sempre disponibile, sia per le manutenzioni, che per la stagionalità di alcune fonti primarie come l’idroelettrico e l’eolico, ma è sicuro che l’attuale potenza disponibile è perfettamente in grado di soddisfare tutte le esigenze nazionali (360 miliardi di Kwh annui).
Allora perché l’Italia continua ad importare circa 40 miliardi di Kwh all’anno dalla Francia?
Semplice, solo ed esclusivamente perché è conveniente. Ma la convenienza non discende da un minor costo del chilowattora nucleare, ma da una rigidità tecnica facilmente spiegabile. Gli impianti nucleari (come in generale quelli termici) sono poco flessibili; non possono (a differenza di quelli idroelettrici o turbogas) variare il carico di funzionamento in tempi rapidi. Ora si da il caso che l’energia elettrica abbia la particolarità di dover essere prodotta in tempo reale (consumo = produzione meno perdite di rete). A differenza delle altre forme di energia non è possibile l’accumulo e dunque un sistema elettrico come quello francese nuclearizzato al 78% la notte, con un carico che è circa il 50% di quello diurno, si trova in condizioni di enorme sovrapproduzione che determina una necessità di vendita sottocosto all’estero. Ed infatti l’Italia importa dalla Francia essenzialmente di notte (utilizzando fra l’altro l’energia a basso costo per ricaricare i bacini idroelettrici che funzionano a pompaggio), non di giorno quando la curva del carico di rete è massima, a dimostrazione che il sistema nazionale sarebbe perfettamente in grado di fare a meno delle importazioni».

Menzogna n° 5: solo il nucleare, non le energie rinnovabili, può sostituire i combustibili fossili
La questione della sostituzione dei combustibili fossili è certamente molto seria. Sostituire petrolio, carbone e gas con altre fonti è assolutamente necessario, indipendentemente da ogni considerazione ambientale, per il semplice motivo che si tratta di risorse finite il cui esaurimento potrà essere rimandato ma non evitato. Pensare di affrontare questa questione gigantesca senza mettere in discussione il modello energivoro attuale è pura follia. La conferenza sul clima di Copenaghen è lì a ricordarcelo.
In ogni caso il petrolio è sempre meno utilizzato per produrre energia elettrica. In Italia siamo passati da una quota del 64% sul totale del settore termoelettrico nel 1994, ad una percentuale del 7,4 nel 2007, e la tendenza è ancora verso il calo. La quota del carbone, soprattutto in virtù della grande disponibilità di questa fonte primaria, è invece in aumento e nel 2007 copriva il 16,5% della produzione termoelettrica (che, a sua volta rappresenta circa il 73% dei consumi nazionali). Ma il combustibile che sta davvero spadroneggiando è il gas naturale, che in un quindicennio ha praticamente sostituito il petrolio, arrivando ormai ai due terzi dell’intera produzione termoelettrica.
Naturalmente, vale qui la banalissima considerazione già fatta al punto 2: una cosa sono i consumi elettrici, altra cosa i consumi energetici nel loro insieme. Ma, parlando di nucleare è doveroso fermarsi al settore elettrico e questo è già un suo limite evidentissimo. Infatti, mentre l’energia nucleare può essere soltanto trasformata in energia elettrica, usiamo tutti i giorni il gas ed i derivati del petrolio anche per viaggiare e riscaldarci. Questo limite del nucleare – al di là del problema dell’esaurimento dell’uranio – esclude a priori l’energia atomica come sostituto dei combustibili fossili.
Si dirà che questo svantaggio rispetto alle fonti tradizionali caratterizza anche le energie rinnovabili.
In larga parte è vero, ma non del tutto, dato che l’energia solare può essere utilizzata anche per usi domestici non elettrici.
Il punto decisivo però non è questo. L’elemento che farà pendere la bilancia a favore delle rinnovabili è proprio quello della “rinnovabilità”, un requisito che il nucleare non ha, un requisito destinato a diventare sempre più importante. Ma c’è un altro elemento non trascurabile, quello della localizzazione: mentre il nucleare ha bisogno di siti dalle caratteristiche particolari (basti pensare alle enormi quantità d’acqua necessarie), le rinnovabili possono essere impiantate in maniera diffusa, presentando in genere un impatto ambientale abbastanza modesto, anche se non nullo.
Infine l’aspetto economico. Abbiamo visto come Citigroup sconsigli ai privati di investire nel nucleare per i rischi finanziari che ciò comporta, rischi che sono enormemente più bassi nel settore delle rinnovabili.
Si dirà che ad oggi le rinnovabili vivono largamente grazie alle incentivazioni (in Italia i cosiddetti “Certificati Verdi”). E’ vero, anche se non del tutto, ma abbiamo già ricordato che lo stesso nucleare sarebbe impensabile senza copiose sovvenzioni pubbliche.
Quel che è certo è che nel 2008 gli investimenti mondiali nel campo delle rinnovabili (140 miliardi di dollari) hanno superato per la prima volta quelli nelle fonti tradizionali (110 miliardi di dollari) e che tali investimenti sono quadruplicati in 4 anni.
Naturalmente i capitalisti che investono sulle rinnovabili guardano al profitto esattamente come quelli che lo fanno sulle fonti tradizionali (sul nucleare abbiamo visto che ormai non lo fa praticamente più nessuno), e da questo punto di vista non sono né «migliori» né «peggiori» dei loro colleghi. Tutto lascia però pensare che siano semplicemente più «realisti». Ed il fatto che stiano ormai prevalendo è un altro dato che ci conferma che non sarà certo il nucleare la vera alternativa ai combustibili fossili.

Brevi conclusioni (con un occhio soprattutto all’Italia)
Ma allora, se anche i capitalisti preferiscono di gran lunga investire sulle rinnovabili anziché nel nucleare, perché la lobby atomica ha rialzato così potentemente la testa?
In generale, il fatto è che il capitalismo ha bisogno come l’aria di nuovi settori (o di riattivarne di «vecchi», il che fa lo stesso) in cui sviluppare il business. Il sistema non può accettare una situazione di stagnazione, o peggio di recessione come l’attuale. Gli affari verranno non dall’astratta redditività di mercato, ma dalle speculazioni collaterali che il nucleare più di altri settori consente. Questa logica speculativa è tanto più forte nei momenti di crisi. Ecco allora il rilancio operato da Obama, anche se per ora piuttosto modesto in termini concreti, attraverso il grimaldello di una pretesa green economy che paradossalmente (ma non dal suo punto di vista) include proprio il nucleare.
Quel che è vero per la logica sistemica nel suo complesso è dieci volte più vero per il famelico capitalismo italiano, sempre a caccia di grandi opere, «eventi eccezionali», emergenze vere o preferibilmente finte. Una caccia condotta in coppia con l’altrettanto famelico ceto politico bipartisan di servizio.
Riflettiamo su un fatto: oggi c’è giustamente una certa attenzione sull’indagine sulla Protezione civile relativa agli appalti per la realizzazione del G8 alla Maddalena. Quello di cui ben pochi si occupano è che – indipendentemente dalla regolarità degli appalti – si fosse deciso di spendere (e si è effettivamente speso benché l’evento sia stato poi spostato a L’Aquila) l’enormità di 400 milioni di euro per un semplice incontro politico di un paio di giorni.
Bene, se il programma nucleare italiano dovesse davvero decollare, lo scandalo della Maddalena non potrebbe che impallidire di fronte ad un business cento volte più ricco.
E’ questa la conclusione? Sissignori, è questa la conclusione. Lasciate perdere l’inesistente nucleare «pulito e sicuro», lasciate perdere i problemi energetici nei loro aspetti tecnici, ambientali ed economici. Alla cricca oligarchica che presiede a queste scelte tutto ciò interessa quanto può interessare la morale ad un trafficante di droga.
Ecco perché la menzogna è la regola nella propaganda nuclearista, al punto che diventa perfino fastidioso dover sempre replicare. Tanto ad argomentazioni razionali si risponderà sempre e solo con la propaganda e la falsità.
Ma non ci siamo mai nascosti una ragionevole speranza: che quando dai proclami si passerà ai fatti, cioè alla localizzazione dei siti (vedi articolo del 29 dicembre scorso), il gioco cambierà.
Non a caso la localizzazione è stata prudentemente rinviata a dopo le elezioni regionali. A quel punto capiremo quale sarà la risposta delle comunità locali più direttamente interessate e, ci auguriamo, non soltanto la loro. Se arriverà un no forte e convinto la partita sarà tutta da giocare.
Ed allora lo smascheramento delle menzogne atomiche potrà avere la sua utilità

sabato 27 febbraio 2010

Lambro. Depenalizzati gli scarichi inquinanti appena 20 giorni fa

tratto da petrolio.blogosfere.it
di Debora Billi
26 febbraio 2010

Lo denuncia il giornale Terra, non lo riporta ovviamente quasi nessuno.

Il governo nel giorno 2 Febbraio (poco più di 20 giorni fa, quindi) ha approvato una norma che prevede appena una multa per chi sversa sostanze inquinanti nei fiumi.

Il 2 febbraio scorso, infatti, è stata licenziata una modifica al codice ambientale (la legge delega voluta dal precedente governo Berlusconi, la 152 del 2006) che indebolisce le sanzioni. (...) La norma prevede infatti che può essere perseguito penalmente solo chi scarica inquinanti ad altissima tossicità, come mercurio, cadmio e gli stessi idrocarburi “oltre i valori limite” consentiti dalla legge. Gli altri – quelli sotto i valori limite dei veleni- se la cavano con una multa che va da 3.000 a 30.000 euro, così come quelli che scaricano sostanze meno tossiche anche se inquinanti.

Mentre tutta la Rete suggerisce metodi di punizione esemplare per i misteriosi inquinatori di Lambro, Po e Adriatico (mezza Italia, in pratica), tipo legargli una pietra alla caviglia e costringerli a ripulire centinaia di chilometri di fiumi, i suddetti criminali dormono invece sonni tranquilli. Non solo probabilmente non verranno beccati mai, ma anche qualora fosse se la caveranno con qualche migliaio di euro di multa. A voler essere un po' maliziosi, c'è da pensare che abbiano approfittato della depenalizzazione; a voler essere di molto maliziosi, che la depenalizzazione sia stata implementata proprio per dare una mano a chi doveva risolvere certi noiosi problemucci.

Intanto la ministra Prestigiacomo smentisce indignata, ma non si vede come si possa smentire l'esistenza di una norma. Semmai si può discuterne le sfumature, ed è quello che fa GreenReport, per gli appassionati di codicilli.

martedì 9 febbraio 2010

OGM: una questione di classe!

tratto da www.militant-blog.org
28 gennaio 2010

Di quando in quando la questione degli organismi geneticamente modificati riaffiora come un fiume carsico nel dibattito pubblico, sono però lontani i tempi (purtroppo, aggiungiamo noi) in cui la lotta alla diffusione e alla sperimentazione delle piante transgeniche si era fatta di massa, arrivando a rappresentare una priorità dell’agenda politica del movimento. Oggi, nel cosiddetto occidente, a dibattere su tali argomenti restano solo gli ascari del profetismo scientifico a cui si contrappongono, in un gioco di specchi, le anime belle dell’ecologismo a-sociale e qualche esponente della sinistra slow food. Così che sempre più spesso capita di assistere, com’è accaduto ai lettori del Corriere in questi giorni, a surreali dibattiti che vedono prendere parola, da un lato i sempiterni “esperti” Boncinelli, Veronesi, Montalcini, ecc. ecc., e dall’altro qualche elegante, illuminata e borghesissima signora che, con un filo di perle al collo, si dice preoccupata del futuro del lardo di Colonnata e delle tradizioni agroculinarie del nostro paese. Eppure la questione degli OGM rappresenta un paradigma incontrovertibile di quella contraddizione Capitale/Ambiente di cui altre volte abbiamo parlato su questo blog; un terreno su cui il movimento di classe potrebbe e dovrebbe sperimentare alleanze sociali anche inedite e tornare a praticare la solidarietà internazionalista. Basta infatti guardare fuori dai confini tracciati dall’informazione asservita, fuori dai limiti imposti dai media mainstream, per rendersi conto che sono milioni i contadini e i lavoratori della terra, pensiamo a Via Campesina, che continuano a lottare contro il modello di agricoltura “industriale” imposto loro dalle multinazionali del settore. Prima di andare avanti occorre però sgombrare il campo da un equivoco artatamente costruito dagli opinion makers e dagli imbonitori politici. L’opposizione alla diffusione degli organismi transgenici non rappresenta una moderna forma di luddismo né tantomeno un’irrazionale e ascientifica manifestazione di nostalgismo tradizionalista. Tutt’altro. Essa è la critica serrata, razionale e scientifica ad un modello sociale ed economico che si rivela sempre più inefficiente, ingiusto, inquinante e primitivo. Il superamento delle barriere interspecifiche o addirittura tra regni differenti (es. geni animali su organismi vegetali) pone a serio rischio tanto il germoplasma quanto la biodiversità, con costi sociali ed ambientali inestimabili. Quando con l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) è stata permessa l’invasione dei mercati messicani col Mais transgenico prodotto negli USA, non solo si sono ridotti alla fame centinaia di migliaia di piccoli coltivatori impossibilitati a competere con i grossi produttori sussidiati a nord del Rio Bravo, ma si è dato inizio all’inquinamento di una “riserva genetica” fenomenale a cui da sempre hanno attinto contadini e ricercatori. Ogni pianta ha infatti un proprio areale di nascita, una zona in cui si è affermata ed in cui successivamente è stata sottoposta a selezione da centinaia di generazioni di contadini che l’hanno portata ad essere quella che oggi conosciamo. Ed in queste zone tuttora prolificano e si sviluppano i “progenitori” delle moderne piante di interesse agronomico che rappresentano una sorta di banca naturale dei geni a cui poter liberamente accedere per cercare di sviluppare nuove cultivar attraverso ibridazione intraspecifica. Un patrimonio genetico di enorme valore messo a repentaglio dalla possibile (molto probabile) fecondazione ad opera di polline proveniente da piante transgeniche limitrofe. Un processo irreversibile. Per questo ci viene da sorridere quando sentiamo berciare chi, come Bersani, cercando di tenere il piede in due staffe parla di “sperimentazione controllata”. Una definizione che potrebbe aver senso in un ambiente chiuso, limitato, come un laboratorio, ma che perde di qualsiasi significato quando la “sperimentazione” viene operata in pieno campo. Non a caso una delle strategie messe in atto in questi anni dalle multinazionali dell’agrobusiness per convincere i consumatori occidentali restii a mettere nel proprio piatto cibi transgenici è stata proprio quella di sottometterli al fatto compiuto, dichiarando poi “tanto ormai…” (vedi esempio). Oltre alla questione prettamente ecologica ci sono però le enormi ricadute sociali di un processo da sempre collegato alla progressiva privatizzazione dei genomi. Il caso dell’India è, da questo punto di vista esemplare. Migliaia di contadini impoveriti e spinti al suicidio perché costretti ad acquistare sementi che danno vita a piante sterili, così da essere costretti ogni anno a dover comprarne nuovi stock. Ed insieme ad essi: fertilizzanti, anticrittogamici, diserbanti… ovviamente prodotti dalla stessa multinazionale che produce i semi. Per non parlare delle centinaia di “bioprospettori” che setacciano in lungo e in largo i paesi poveri alla ricerca di nuove piante officinali da poter brevettare per poi rivenderle a chi, fino a poco prima, le utilizzava gratuitamente. Ma c’è di più. L’obiettivo ultimo di questa cosiddetta “rivoluzione” è infatti la ricerca della completa destagionalizzazione e deterritorializzazione dell’agricoltura che verrebbe cosi assimilata in tutto e per tutto all’industria manifatturiera. Ossia la possibilità concreta per i giganti dell’agrofarmaceutica di poter decidere volta per volta dove e come produrre senza dover tener conto dei limiti “naturali”, ma soprattutto bypassando eventuali limiti “sociali”. Proprio come una qualsiasi fabbrica di scarpe o di palloni (ogni riferimento alla NIKE è puramente voluto), se uno stato mi impone dei vincoli ambientali, oppure i lavoratori attraverso le lotte riescono ad ottenere salari più alti oppure la legge garantisce il diritto alla sindacalizzazione io valuto i costi e se il mio tasso di profitto viene intaccato prendo baracca e burattini e mi sposto da un’altra parte, mettendo così in competizione diretta (ovviamente al ribasso) lavoratori di paesi differenti. Appunto, una questione di classe.

martedì 22 dicembre 2009

La truffa Nucleare

Qualche anno fa, nel 1987, il popolo italiano, consapevole dei rischi (e dei costi) connessi all'utilizzo di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, decise, con un referendum, di farne a meno. Poco tempo fa, Berlusconi ha messo il suddetto popolo italiano, di fronte al fatto compiuto di un accordo con la repubblica francese, per il ritorno dell'impiego della stessa fonte d'energia.


Con questo il Silvio nazionale smentiva (se ce ne fosse stato ancora bisogno) molti luoghi comuni: sulla sovranità del popolo, sulla libertà di cui si proclama alfiere etc. Le centrali saranno di ultima generazione, tipo "EPR" garantite sicure da tutto, tranne dalla voracità di appaltatori e subappaltatori. Le imprese italiane, ancora non sazie dalle abbuffate senza limiti sui costi senza fine della dismissione delle nostre vecchie centrali (comprese di scorie) applaudono. Non dimentichiamo che nella bolletta dell'ENEL, gli italiani stanno ancora pagando i costi dello smantellamento (componente A2 della bolletta). Sembrava (prima dell'accordo) che li avremo pagati fino al 2024. Ma adesso ci saranno nuove centrali e nuove spese! Ma soprattutto nuove scorie. Che necessiteranno di altre spese... Inutile osservare che l'egregio Sarkozy si poteva vantare di aver rifilato il classico "pacco": l'unica centrale "EPR" finora rifilata dai francesi (ai finlandesi) dopo 6 anni dall'inizio dei lavori ha già collezionato 3 anni di ritardo, 2,5 miliardi di euro di perdite, e una struttura già criticata per la scarsa sicurezza. Chi doveva produrre il cemento, l'acciaio e i manufatti vari necessari alla "cosa" ha pensato bene di lucrare il possibile sulla qualità dei lavori vanificando così qualsiasi misura di sicurezza prevista nel progetto. E stiamo parlando della Finlandia, immaginiamoci cosa succederà in Italia.... Ma come ricordavo prima i padroni italiani hanno di che essere contenti. L'ENEL già lucra con la sua partecipazione alle centrali in Spagna, in Slovenia e in Romania. Oggi con la scusa del futuro atomico, in Italia, possano evitare qualsiasi seria riflessione sull'avvenire della produzione di elettricità. Perchè mai ridurre la produzione, o impiegare metodi alternativi, quando presto anche noi avremo ....... ? Domani lucreranno sulla costruzione delle centrali. Il "piatto" è ricco e molto appetitoso. Nessun dubbio che la classe padronale troverà di che ingrassare. L'esempio finlandese si prepara ad essere superato. Dopo domani si arricchiranno sulle scorie. E la corrente sarà sempre molto salata per il cittadino. Si stima infatti che quella prodotta con gli "EPR" costerà circa il doppio di quella prodotta con le centrali a gas naturale. Con questo, la ricerca sull'energia nucleare deve continuare. Ma all'interno del sistema capitalista, qualsiasi soluzione si rivelerà una fregatura per i lavoratori. Nei paesi ex-sovietici sono ancora in funzione le centrali più vecchie e più pericolose che arricchiscono i padroni (con spese bassissime) al prezzo di mettere in pericolo larga parte d'Europa. All'estremo opposto, l'impiego dei modernissimi e "superveloci" reattori "Superphoenix" (considerati il non plus ultra) in Francia è soprattutto finalizzato alla produzione di "sottoprodotti" utilizzati per fabbricare armi.....per i padroni!

Catastrofe idrica

L'acqua: non è da sempre considerata la più abbondante risorsa sulla terra?
Con un volume totale di circa 1370 milioni di km3 essa è l'elemento di fondamentale importanza per ogni ambiente terrestre, la fonte da cui ogni forma di vita proviene. Seppur il lussuoso occidente viva incurante di ogni problema che non riguardi il suo piccolo, oggi come oggi il normale approvvigionamento d'acqua non rappresenta più una garanzia da dare per scontata. Innanzitutto dobbiamo fare una premessa: di tutti i chilometri cubi che sono distribuiti sulla soglia terrestre, solamente il 2,5% è rappresentato da acqua dolce.


Di questo 2,5 % ben il 68,9 % non è immediatamente consumabile in quanto è raccolto nelle calotte polari mentre solo il 29,9% rappresenta il volume delle falde freatiche da cui preleviamo l'acqua per i nostri consumi. Le disponibilità idriche quindi si riducono drasticamente anche se però il vero problema sta nella disomogenea distribuzione dell'acqua sul suolo terrestre al punto da far allarmare gli esperti, per niente ottimisti sulle previsioni future.
Nel 2002 la FAO ha dichiarato che sono almeno trenta i paesi alle prese con le crisi idriche croniche e oltre ottanta invece quelli che vedono minacciati l'economia e la situazione sanitaria da questa penuria d'acqua. Sembrerà impossibile, ma il 40% della popolazione (pari a 2 miliardi e mezzo di persone) non dispone neanche dell'acqua per i semplici consumi giornalieri.
Tutto questo avviene davanti ad un Occidente indifferente ed egoista e soprattutto non cosciente di essere la principale causa di questa catastrofe umanitaria. Pochi sanno infatti che il 55% dei consumi annuali di acqua vengono destinati all'irrigazione e meno ancora sanno che con modelli attuali di produzione agricola, consumistici e barbaramente intensivi, occorrono mediamente per farvi un'idea:-3000 litri d'acqua per produrre un chilo di zucchero (tantissimi di più rispetto a quelli impiegati per la produzione di un chilo di miele, senza considerare inoltre che il miele ha proprietà alimentari e sanitarie incomparabilmente maggiori)
-5 mila per un chilo di riso
-11 mila solo per far crescere un foraggio che andrà ad alimentare una mucca
-20 mila per un chilo di caffè
Eticamente parlando sono molti gli aspetti che non tornano. Nei paesi ricchi del mondo il consumo d'acqua giornaliero è giunto ai 500 litri pro capite; un dato che ci dovrebbe farci riflettere se in più veniamo a conoscenza che ci sono più di un miliardo di abitanti che non raggiungono neanche i 20 litri giornalieri. Oggi noi occidentali beviamo e ci ingozziamo felici delle nostre ricchezze e compiaciuti della nostra ingordigia ma procedendo con i ritmi attuali, e aumentando la popolazione del pianeta, la crisi idrica subirà un aggravamento esponenziale. Verranno coinvolte nel 2030 circa tre miliardi e mezzo di persone mentre la quota si innalzerà a 2/3 del totale della popolazione per il 2050.Così l'acqua sta diventando il petrolio del futuro, la probabile causa di future guerre mondiali.
Sappiamo bene a cosa stiamo incorrendo, ma incuranti del rischio ci appropriamo di essa con l'u-
nica funzione, proprio come con il petrolio, di trarne profitti. L'irrazionalità umana non ha limiti: privatizzare la risorsa più vitale e necessaria rappresenta forse
un atto di grande nobiltà e saggezza?
E' segno che per l'uomo il guadagno risulta più indispensabile della sopravvivenza stessa.
E' per questo sarà responsabile direttamente delle sue azioni.