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martedì 27 settembre 2011

L'emergenza annunciata


Alla fine ci sono riusciti. Con le rivolte del Nordafrica e con lo scoppio della guerra in Libia, l’aumento degli sbarchi di immigrati e profughi nell’isola siciliana di Lampedusa è servito al governo italiano per non gestire una situazione che si è trasformata, inesorabilmente, in una emergenza. Le presenze di immigrati a Lampedusa hanno superato le 12.000 unità. Davvero una quantità considerevole se si pensa che i lampedusani residenti sono, abitualmente, cinquemila. Eppure, dodicimila persone non sarebbero di per sé un problema. Il vero problema è un altro, e cioè le condizioni inumane nelle quali il governo ha abbandonato al loro destino gli immigrati e, insieme a loro, la popolazione autoctona. Per giorni e giorni il governo ha indugiato nel predisporre un piano sostenibile per un’accoglienza decente e per la progressiva evacuazione dell’isola, e così (a fronte di una oggettiva intensificazione degli sbarchi) non si è provveduto a un contestuale decongestionamento di Lampedusa. Una volontà politica criminale che discende direttamente dalla generale impostazione repressiva delle leggi in materia di immigrazione in Italia. L’emergenza-Lampedusa rappresenta un quadro, grottesco e realistico nello stesso tempo, della pericolosità sociale di chi sta governando il paese. A Lampedusa gli immigrati sono stati dapprima stipati nel Centro di prima accoglienza, pieno fino all’inverosimile (1.500 persone), altri 450 nella ex base Loran, 420 nelle strutture ecclesiastiche, e ben 4.000 nella stazione marittima, nell’area del porto e sulla “collina della vergogna” dove essi stessi hanno improvvisato un accampamento. Inevitabili le proteste dei migranti, e altrettanto inevitabile la reazione rabbiosa dei lampedusani: dapprima i blocchi del porto con la volontà di non fare attraccare più alcun barcone, e poi l’occupazione dell’aula consiliare del Comune in segno di protesta. A fare da sfondo a tutto questo, il radicato sentimento di frustrazione della popolazione isolana, di fatto costretta a subire le scelte dissennate del governo centrale. Il conflitto si sta consumando anche a livello istituzionale, con la Regione siciliana (presieduta dal governatore Lombardo) che ha denunciato le mancate promesse da parte del Ministro dell’Interno Maroni in direzione di una distribuzione degli immigrati su tutto il territorio nazionale. D’altra parte, quel galantuomo di Umberto Bossi ha sbrigativamente liquidato l’ argomento auspicando che gli immigrati se ne vadano «fuori dalle palle» il prima possibile. Infatti, dopo che l’emergenza è stata creata ad arte, il governo ha giocato un’altra, incredibile, carta: le tendopoli. Tredici siti di proprietà demaniale (per lo più di origine militare) sono stati individuati in tutta Italia per allestire accampamenti destinati alla “sistemazione” dei migranti. T ra le tendopoli in fase di allestimento, quella di Manduria (in provincia di Taranto), di Caltanissetta (vicino al Centro di identificazione ed espulsione) e di Kinisia, vicino Trapani. In quest’ultimo caso, si tratta dell’area dell’ex aeroporto militare, a pochissima distanza dall’attuale base militare di Birgi (da dove partono i Tornado italiani che fanno la guerra in Libia). L’ex aeroporto di Kinisia si trova in aperta campagna, è un edificio diroccato e abbandonato, e la tendopoli è stata montata sulla pista, in un vasta area già soggetta a deposito abusivo di amianto e rifiuti proibiti. Anche qui, la popolazione locale ha dato segni di pericolosa insofferenza manife- stando contro la realizzazione dell’accampamento. I trapanesi che vivono nella tranquilla periferia rurale della città non vogliono gli immigrati “per non fare la fine di Lampedusa”, “perché abbiamo paura”, “perché temiamo per i nostri bambini”. Reazioni scomposte e irrazionali che si aggiungono alla rabbia per il danno economico derivato dalla forzata (prima totale poi parziale) chiusura dell’aeroporto civile a seguito dell’inizio delle operazioni di guerra. Dall’altra parte dell’isola, c’è il “ Villaggio della solidarietà” (ex residenza dei militari Usa di Sigonella) a Mineo, in provincia di Catania. Anche in questo caso, l’approssimazione si è accompagnata a un innalzamento ingiustificato della tensione e dell’ingestibilità. A Lampedusa si è presentato Berlusconi in persona, per un comizio in grande stile, annunciando l’arrivo di sei navi per l’immediata evacuazione dell’isola. Ma è davvero concreta la sensazione che, in tutta questa vicenda, gli immigrati siano trattati come pacchi postali da rimuovere, deportare e internare senza alcun criterio di umanità. All’origine di questo scempio ci sono molti fattori. Le leggi razziste, innanzitutto, che rendono materialmente impossibile la vita degli immigrati marchiati come “irregolari”. Se ci si potesse spostare liberamente, la maggior parte di questi problemi non ci sarebbero. Le persone non sarebbero considerate “extracomunitarie”, né si creerebbero pretestuose distinzioni tra “clandestini”, “profughi” e “richiedenti asilo” con tutta la burocrazia assassina che ne deriva. E poi c’è la situazione internazionale. Non è possibile pretendere che le persone non cerchino di fuggire dalle situazioni di pericolo o di precarietà. Le rivolte nel Maghreb e l’instabilità sociale e politica in Tunisia ed Egitto sono tutti motivi più che comprensibili per emigrare. Infine, non bisogna dimenticare che siamo in guerra. I paesi occidentali hanno scatenato l’intervento militare in Libia, l’Italia si è accodata volentieri in questa impresa scellerata, e adesso si pretende di non avere a che fare con le sue conseguenze disastrose.Il 24 maggio a Firenze,è avvenuta l'ennesima repressione,sono stati sgomberati da parte della polizia municipale i richiedenti asilo e i rifugiati politici che stavano manifestando,in modo pacifico in piazza Beslam,per denunciare le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere,pur essendo,molti di loro in possesso dei documenti di asilo politico,perciò,secondo la Convezione di Ginevra ,nel pieno diritto di stare in Italia.Con l'approvazione del sindaco Renzi,la polizia municipale ha sequestrato documenti striscioni,tende (cioè tutto ciò che avevano)dimostrando quanto spesso in questo paese vengano calpestati i diritti degli umani. Tutto ciò denota un atteggiamento razzista e intollerante,ma anche la mancanza di capacità di gestire una situazione così delicata come quella dei profughi. Tutto ciò dimostra che non viviamo in una società tollerante e dove il rispetto reciproco non è più un valore. Siamo convinti che i migranti e i rifugiati politici siano vittime dello stesso perverso sistema che abbrutisce e sottrae diritti e speranze al futuro dei cittadini e delle cittadine italiani, per questo invitiamo tutta la società civile ad esprimere la propria indignazione per quanto è accaduto, e a ribadire che nella società che vogliamo non c'è posto per atti di intolleranza xenofoba e politiche che calpestano i diritti fondamentali di uomini e donne, qualunque sia la loro nazionalità e il loro status giuridico .Ai compagni spetta un compito epocale, quello di fare fronte a questa deriva infame. In questa fase la lotta antirazzista non può prescindere da un rilancio dell’attività antimilitarista. In entrambi i casi occorre lavorare nel corpo sociale per arginare gli effetti nefasti del terrorismo mediatico con cui il governo dipinge gli immigrati come pericolosi invasori, descrive l’intervento in Libia come un provvedimento umanitario, impaurisce e distrae l’opinione pubblica costruendo a tavolino le situazioni emergenziali per poi giustificare strette repressive e discriminatorie assolutamente devastanti.


Impastato

domenica 25 settembre 2011

L'insegnamento della lotta in Val di Susa

La T A V in Val di Susa ha portato alla luce tutta una serie di questioni chiave italiane ed europee. Chi scrive non pensa che non si possa costruire infrastrutture soltanto perché “deturpano” qualsiasi costruzione, dalle discariche alle industrie, dalle ferrovie alle case, lascia un segno nell'ambiente circostante, lo modifica con tutti gli aspetti positivi e negativi che ciò comporta. La costruzione di qualsiasi cosa deve essere basata su un paragone tra i benefici che una determinata opera comporta e gli svantaggi, e più l'opera in questione è grande, più i vantaggi devono essere superiori agli svantaggi. Quando parliamo della T A V in Val di Susa, non parliamo di una semplice ferrovia, o di costruire una galleria in una montagna. Parliamo della costruzione di tre gallerie per un totale di circa 90km, di un cantiere lungo 3 km in una valle che larga poco più di un km, in una montagna dove, dai documenti della società incaricata della costruzione della parte italiana (RFI), si trovano anche amianto ed uranio. La costruzione dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) durare 15 anni. Quindi stiamo parlando di 15 anni di lavori, di cantieri, di tir che percorrono una valle strettissima, di falde acquifere destinate ad essere prosciugate (l'esperienza del Mugello insegna), di quantità enormi di materiali da trattare in sicurezza. L'opera costa circa 14 miliardi di euro (preventivato nel 2006 dal governo italiano e francese), dei quali circa 9 miliardi a carico dell'Italia, senza considerare l'adeguamento dei costi, le opere tecnologiche necessarie, i lavori necessari allo snodo di Torino ed i materiali rotabili che poi dovrebbero effettivamente servire alla linea. Stiamo parlando di una delle opere più grandi e più costose mai costruite in Italia. La Val di Susa, oltre ad essere percorsa da un traliccio e da un'autostrada, è percorsa anche da una ferrovia. Questa ferrovia potrebbe sopportare un traffico doppio rispetto a quello esistente, in una tratta tra l'altro che vede una costante diminuzione del traffico anno dopo anno (“ T av: le ragioni liberali del No” di Andrea Boitani - cattedra di Economia politica dell'Università Cattolica di Milano- Marco Ponti e Francesco Ramella, 2007). Di fronte a questi dati (per informazioni più approfondite rimando alla lettura di “ALTRE 150 BREVI RAGIONI TECNICHE CONTRO IL TAV IN VAL DI SUSA” a cura di Mario Cavargna, Presidente di Pro Natura Piemonte e master di ingegneria ambientale ) viene da chiedersi: chi deve svolgere i lavori? Di chi si dovranno fidare i Valsusini? Chi tratterà quantità enormi di amianto ed uranio in sicurezza? E soprattutto chi prenderà i soldi per costruire questa opera? La società incaricata della costruzione è la Ltf (Lyon Turin Ferroviaire), partecipata a metà da Rete Ferroviaria Italiana e Réseau Ferré de France. Il direttore di questa società è stato fino a poco tempo fa Paolo Comastri. Paolo Comastri è stato condannato a 8 mesi di reclusione in Tribunale in primo grado a Torino per turbativa d’asta, per avere cercato di pilotare l’appalto per la costruzione della discenderia di Venaus, propedeutica alla costruzione del tunnel. A certi personaggi non dovrebbe essere consentito neanche costruire un castello di costruzioni per bambini. Di fronte ad un'opera dannosa, costosa ed inutile, i Valsusini non sono stati a guardare. I No Tav sono stati molto chiari: hanno detto che il problema non è la costruzione della galleria in Val di Susa, è la costruzione della galleria e basta. Non si tratta di localismi, si tratta di ripensare seriamente ad un altro modello di sviluppo, che non veda gli abitanti dei territori come qualcosa da spostare da un'altra parte per costruire infrastrutture che fanno crescere il PIL, ovvero i guadagni dei soliti noti. Di fronte a questa volontà di resistenza il governo non ha potuto fare altro che militarizzare la valle, usando la sola lingua che il potere parla quando è in difficoltà, lacrimogeni e manganelli. Dopo la grande manifestazione del 3 luglio tutta la stampa in blocco ha condannato le violenze. Tutti i politici si sono affrettati a riversare nelle redazioni dichiarazioni stucchevoli di condanna degli scontri, chiedendo ai manifestanti di “isolare i violenti”, dicendo che “c'era gente che non c'entrava niente con la Val di Susa” - come se cittadinanza non significasse anche interessarsi dei problemi che non sono nel nostro orto -, che “c'erano i black block” questi fantomatici personaggi che compaiono dove il potere mostra la sua natura repressiva. Anche qui i No TAV sono stati chiarissimi: hanno rivendicato tutto quello che è successo, hanno urlato alla stampa “libera” (libera sì, ma di parlare solo delle prostitute del premier e non degli affari mafiosi che stringono sulle nostre teste) che la vera violenza è quella di chi vuole imporre opere inutili e dannose, di chi archivia come terrorismo tutto ciò che è dissonante con il canto delle cicale del profitto. Il mantra “la TAV la vuole l'Unione Europea” è stato portato come prova dell'obbligatorietà dell'opera. Nessuno si è chiesto a quali poteri risponde Unione Europea - visto che i commissari dell'UE non sono neanche eletti dei cittadini ma nominati? L'immagine dell'Unione Europea come baluardo di legalità, come ancora di salvataggio da questa classe politica, non ci deve far dimenticare che le uniche leggi alle quali risponde sono quelle del profitto, sono quelle delle ricette anticrisi greche, quelle delle privatizzazioni, dei tagli ai salari ed alle pensioni. L'Unione Europea come è ora, non è la cura ai vari Berlusconi e Bossi, ma è la malattia del profitto a tutti i costi. Una volta che ci siamo liberati di questa, scompaiono anche i sintomi, le classi politiche corrotte e le opere inutili. La strada per trovare il vaccino è ancora lunga, ma in Val di Susa hanno fatto un altro passo avanti.

Kirov

L’autunno caldo delle persone con disabilità

Con la manovra appena approvata, assieme a quella di luglio, le politiche sociali del nostro Paese subiscono una nuova possente spallata. Le misure contenute nelle due manovre comportano una netta retrazione della spesa sociale. I tagli agli enti locali e quelli ai Ministeri saranno la causa, fra pochi mesi, della sospensione di molti servizi e prestazioni di competenza dei Comuni, che già prima delle Manovre erano in forte difficoltà. Asili nido, assistenza domiciliare, supporti all’autonomia personale, assegni di cura sono destinati a diminuire drasticamente colpendo bambini, anziani e disabili. Soprattutto in riferimento a questo ultimo aspetto la FISH, la Federazione italiana superamento handicap, prospetta che, con “diversa intensità”, saranno colpite almeno 10 milioni di famiglie italiane. A pagare saranno in modo particolare le persone con disabilità grave: “Le stime più ottimistiche – afferma il presidente Pietro Barbieri - ci fanno ritenere che almeno un terzo dei disabili gravi perderà entro un anno ogni tipo di assistenza, in particolare l’indennità di accompagnamento e gli eventuali assegni di cura che alcune (poche) regioni avevano timidamente iniziato ad erogare.” In data 8 settembre 2011, la FISH si è mossa con un azione dimostrativa in Piazza del Popolo, a Roma, calando dal Pincio un enorme striscione per sensibilizzare ed attirare l’attenzione sui pesantissimi interventi previsti. È solo l’ultimo dei tanti tentativi (in meno di una settimana hanno raccolto oltre 17 mila firme tramite il proprio sito) di contrastare le misure contenute nella manovra di luglio e in quella in via di approvazione: vi è prevista una delega al Governo per la riforma assistenziale e fiscale che deve recuperare 40 miliardi di euro in tre anni. Alla luce delle attuali politiche stillicidi e dei duri tagli al sociale, associazioni e liberi cittadini si mobilitano non solo su territorio nazionale ma anche a livello europeo, assume, quindi, un'importanza ancora maggiore la quinta edizione della "Freedom Drive". Tale appuntamento biennale, è una marcia promossa da ENIL Europa (European Network on Independent Living), che il 14 settembre ha portato centinaia di persone provenienti da venti stati europei a marciare per le strade di Strasburgo, con le loro stampelle, carrozzine e cani guida, verso il Parlamento Europeo, dove sensibilizzeranno le Istituzioni continentali sul diritto alle pari opportunità e a una vita indipendente per i milioni di Cittadini europei con disabilità.

“Red Planet still watching you!”
Marts Attack

giovedì 6 maggio 2010

Leggi contro i tifosi? Ecco il risultato

tratto da Carta
di Giuliano Santoro
5 maggio 2010

Il direttore del Centro studi sulla sicurezza pubbblica della polizia scopre che venti anni di provvedimenti speciali contro gli ultrà sono serviti solo a rendere clandestino e più militarizzato il tifo italiano. Se ne accorgeranno anche i governanti?

Il canovaccio della querelle ultras prevede innanzitutto che tutti scuotano la testa increduli. Tutti si scandalizzano. Per il presunto «condizionamento ambientale» che i tifosi della Lazio avrebbero esercitato verso i loro beniamini in maglia bianco-azzurra falsando il campionato. O per i romanisti che si sono radunati nottetempo davanti all'albergo dell'Inter per disturbare il sonno degli avversari in finale di Coppa Italia.

Viene il sospetto che non siano serviti a nulla venti anni di leggi speciali, di emergenze stadio, di violazione dei diritti, «provvedimenti amministrativi» di esclusione dallo stadio scritti dalla polizia, presi dal prefetto e mai approvati da nessun magistrato [che di solito accoglie i ricorsi dei tifosi], misure giuridiche alla P.K. Dick come l'ossimorica «flagranza differita». Intervistato da Repubblica, Maurizio Marinelli, direttore del Centro studi sulla sicurezza pubbblica della polizia, scopre l'acqua calda e prende atto di una cosa che osservatori del fenomeno ultrà avevano sollevato: «Molti gruppi storici si sono sciolti - spiega Marinelli - si sono sciolti perché gli ultrà con l'inasprimento dei controlli e delle pene non vogliono più essere identificati o identificabili». Come a dire: abbiamo ottenuto il solo effetto di sbaragliare chi agiva alla luce del sole. Magari non erano stinchi di santo, si parla di gruppi di tifosi non di comitive di boy scout, ma almeno erano interlocutori e controparti riconoscibili. Secondo Marinelli, gli ultrà sono «le curve sono diventate un piatto ricco per chi è coinvolto in attività di vario tipo». Inoltre, «il tifo è quasi scomparso».

Per il momento non hanno fatto altro che alimentare una spirale di violenza e incomprensione reciproca. Bastava dar retta agli analisti più lucidi che in questi anni avevano avvertito del rischio.

Lo si è scritto più volte in questi anni. Lo abbiamo ribadito ogni volta che si risaliva un gradino dell'escalation della cosiddetta «emergenza tifo violento». Potremmo far partire tutto dalla grande speculazione dei mondiali di Italia ‘90, quando i carabinieri abbandonarono la divisa verde militare per scegliere il blu, più accomodante e meno militaresco. E' negli stadi che sono stati collaudati i lacrimogeni al Cs ed i manganelli «tonfa». La caserma Bolzaneto di Genova era nota tra gli ultrà italiani da prima del G8 del 2001 come luogo di reclusione e tortura. È negli stadi che i celerini hanno imparato a «calcare la mano», sicuri che i superiori chiudessero un occhio e che in fondo nessuno avrebbe mai protestato in nome dei «diritti civili» per difendere la teppa delle gradinate. Un gruppo di celerini toscani del Siulp, in un documento diffuso alla vigilia del G8, si diceva allarmato non da «manifestanti sovversivi», ma dalla «nuova barbarie, la strada». Valerio Marchi nel suo «Il derby del bambino morto», appassionante itinerario della relazione tra ordine pubblico, polizia e società, ha spiegato negli anni settanta i celerini si formavano la rappresentazione del nemico nelle manifestazioni di piazza. Da qualche anno, il nemico è tornato a essere il tifoso. O meglio, ci si comporta con tutti come se si avesse a che fare con il folk devil dai comportamnti indecifrabile che attacca la polizia e i carabinieri, spesso - come ha scritto Carlo Bonini nel suo «Acab», romanzo tratto da storie vere - sfoggiando gli stessi simboli neofascisti che portano questi ultimi: una guerra tra bande in cui i blu con casco e manganello. sono considerati tifosi di una squadra, gente al loro livello con cui scontrarsi e di cui vendicarsi domenica dopo domenica.

Hanno regalato a colpi di provvedimenti bipartisan gran parte delle curve ai pochi gruppi che sono organizzati militarmente [resistono solo quelli che mostrano di saper «difendere» le curve] e spinto il tifo verso la clandestinità [resistono solo i gruppi informali], magari vietando le trasferte [cioè rendendole incontrollabili] o impedendo che vengano esposti striscioni. Adesso anche governo e il parlamento dovrebbero prendere atto del loro fallimento.

mercoledì 17 marzo 2010

Per salvare noi e la Terra bisogna cambiare cultura

tratto da l'Unità.it
di Cristiana Pulcinelli
16 marzo 2010

È inutile fare finta di niente: così non possiamo andare avanti a lungo. Consumiamo troppo. Nel 2006 nel mondo si sono spesi 30,5 mila miliardi di dollari in beni e servizi, il 28% in più rispetto al 1996 e sei volte di più rispetto al 1960. Certo, c’è stata la crescita demografica. Ma la popolazione dal 1960 ad oggi è aumentata di poco più di due volte e non di sei volte. Molti beni sono stati acquistati per rispondere a bisogni primari: il cibo, la casa. Ma, più cresce il reddito, più aumenta la propensione al consumo: case più grandi, cibi più raffinati, automobili, televisori, viaggi aerei, computer, telefonini. Tutto sembra indispensabile. Un modello che si sta espandendo dai paesi ricchi ai paesi in via di sviluppo. Il problema è che all’aumento dei consumi corrispondono più estrazioni dal sottosuolo di combustibili fossili, minerali e metalli, più alberi tagliati, più terreni coltivati. Insomma, più pressione sui sistemi della Terra. L’indicatore dell’impronta ecologica, che mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità del nostro pianeta di rigenerarle, ci dice che già oggi utilizziamo le risorse di 1,3 Terre. E secondo le previsioni dell’Onu nei prossimi trent’anni altri 2,5 miliardi di persone dovranno avere accesso all’energia.

Cosa fare? Rallentare la crescita demografica, adottare tecnologie sostenibili, non c’è dubbio. Ma non basta. Facciamo due conti. Se volessimo vivere tutti come vivono i cittadini degli Stati Uniti, il nostro pianeta potrebbe sostenere solo 1,4 miliardi di individui, mentre noi siamo già quasi 7 miliardi e si prevede che entro il 2050 saremo 2,3 miliardi in più. Con efficaci strategie, potremmo frenare la crescita a poco più di 1 miliardo. Comunque troppi. Pensiamo all’energia. Da una recente analisi si è visto che per produrre energia sufficiente a soppiantare gran parte di quanto fornito dai combustibili fossili, si dovrebbero costruire 200 metri quadri di pannelli solari fotovoltaici e 100 di solare termico al secondo più 24 turbine eoliche all’ora per i prossimi 25 anni. Il Worldwatch Institute, l’autorevole osservatorio sull’ambiente, propone oggi un’altra strada, complementare e non sostitutiva delle due precedenti, per andare verso una società sostenibile: cambiare i modelli culturali. Il nuovo rapporto State of the World 2010 si intitola proprio: «Trasformare la cultura del consumo. Rapporto sul progresso verso una società sostenibile». Il consumismo che dovremmo abbandonare è quello definito dall’economista Paul Ekins un orientamento culturale in cui «il possesso e l’utilizzo di un numero e una varietà crescente di beni e servizi è l’aspirazione culturale principale e la strada percepita come più sicura verso la felicità individuale, lo status sociale e il successo nazionale». Il primo problema è riconoscere il consumismo come un orientamento culturale: la sua pervasività è tale che ormai viene sentito come qualcosa di naturale.

Il secondo è mettere mano, praticamente, alle nostre abitudini. Come convincere i nostri figli che il pane nel latte è meglio dei cereali? Nostra madre che la carne è meglio mangiarla solo una volta ogni 15 giorni? Il nostro amico che non deve cambiare l’auto ogni due anni? L’imprenditore che è meglio far lavorare meno i suoi dipendenti? La notizia cattiva, dunque, è che stiamo parlando di un’impresa titanica e quasi visionaria. Come dice l’inventore del microcredito e premio Nobel per la pace Muhammad Yinus nella prefazione al volume: «Nessuna generazione prima d’ora, nell’intera storia del mondo, è riuscita a realizzare una trasformazione culturale così profonda come quella invocata in queste pagine». La notizia buona è che questa trasformazione è possibile, anzi che il processo di cambiamento è già cominciato come dimostrano i molti esempi che il rapporto cita. I bambini. Oggi gli operatori del marketing degli Stati Uniti investono circa 17 miliardi di dollari per bersagliare i bambini di pubblicità. E le aziende alimentari spendono 1,9 miliardi di dollari l’anno in campagne pubblicitarie mirate ai bambini di tutto il mondo.

Ma qualcosa si sta muovendo: nella provincia canadese del Quebec è vietata la pubblicità televisiva rivolta i bambini sotto i 13 anni. In Norvegia e in Svezia il divieto è applicato al di sotto dei 12 anni. La Francia ha proibito programmi televisivi per bambini al di sotto dei tre anni d’età. E la scuola? Qualcosa si muove anche lì. A cominciare dalla mensa scolastica. La scelta di paesi come la Scozia e l’Italia di puntare sull’uso di prodotti biologici, locali e freschi è interessante, soprattutto se messa a confronto con quelle di altri paesi in cui i distributori automatici di merendine e bevande gasate forniscono una percentuale delle entrate all’amministrazione scolastica. L’economia. Secondo gli estensori del rapporto dobbiamo partire da alcune consapevolezze: primo, la crescita del prodotto interno lordo non solo è impossibile, ma indesiderabile perché non vuol dire crescita del benessere. Secondo, una transizione ad una nuova società ci sarà comunque e sarà determinata dalle crisi economiche. Il problema è quindi come governare il cambiamento. Una trasformazione economica fondamentale riguarderà la migliore distribuzione dell’orario lavorativo. Oggi molte persone lavorano troppe ore, guadagnano di più e trasformano il reddito in consumi. D’altro lato, ci sono moltissimi disoccupati. Lavorare meno vuol dire far lavorare più persone, avere più tempo libero, far diminuire i consumi energetici. Un altro punto di forza della nuova economia sono le imprese sociali, quelle imprese in cui si producono beni e servizi di utilità sociale e di interesse generale Anche qui gli esempi positivi sono molti. Storie come quella dell’impresa egiziana Sekem che, contro chi sosteneva che non era possibile rendere fertile la parte di deserto lontana dal Nilo, oggi produce derrate alimentari biologiche, cotone, erbe medicinali proprio nel mezzo del nulla.

I governi e le amministrazioni. Dalla messa al bando dei sacchetti di plastica in Irlanda al ritiro dal commercio delle lampade a incandescenza nel Canada, alle pesanti imposte sulle emissioni della Svezia, le iniziative per promuovere stili di vita sostenibili non mancano. Molte città stanno riducendo la loro impronta ecologica. Un esempio? Il quartiere BedZED di Londra, interamente costruito con materiale riciclato, consuma esattamente tanta energia quanta ne produce e ha al suo interno orti biologici. Mass media e religioni. I mezzi di comunicazione di massa possono essere strumenti efficaci per plasmare le culture. Lo hanno fatto diffondendo un modello consumistico. Lo potrebbero fare diffondendo un modello di sostenibilità. Quindi, dicono gli autori del rapporto, si può pensare di usare il marketing sociale per trasformare la cultura del consumo. Ma ci si può spingere ancora più in là e pensare di usare anche le religioni a questo scopo: «Poiché l’86% della popolazione mondiale afferma di appartenere a una religione organizzata, sarà senza dubbio indispensabile coinvolgere le religioni nella diffusione delle culture della sostenibilità».

giovedì 28 gennaio 2010

Sviluppi del saggio del plus valore: In che modo il reddito si è trasferito dai lavoratori ai padroni e il mito della “redistribuzione”

E' di fronte al cianciare riformista delle sinistre più o meno di governo o con aspirazioni tali, e dei sindacati concert azionistici, che nell'arco di trent'anni il reddito pro-capite italiano si è via via trasferito dalle tasche dei lavoratori a quelle dei padroni.
Negli anni settanta, infatti, la ricchezza prodotta sul territorio italico si distribuiva, in termini di reddito, secondo un rapporto che rasentava approssimativamente il 60% in favore dei salari e il 40% in favore del profitto. Oggi, anno del signore 2009, dopo la caduta del muro di Berlino e il conseguente trionfo del libero mercato e della New Economy, tale rapporto di distribuzione è mutato, anzi si è del tutto ribaltato in 60% a favore del profitto e 40% a favore del salario.
Le conseguenze socio-economiche di tale processo sono sotto gli occhi di tutti, (crisi economica, disoccupazione dilagante, famiglie che stentano ad arrivare a fine mese,ecc.) tanto che gli stessi esponenti centristi e delle sinistre riformiste, i quali hanno sostenuto governi fautori delle leggi di precarizzazione del lavoro, oggi si trovano concordi nel dire che è necessaria una redistribuzione del reddito in favore del salario. Prima di andare a vedere come questi illustri signori intendono suggerirci la soluzione del problema, si deve necessariamente rispondere ad una domanda: In che modo il reddito si è trasferito dai lavoratori ai padroni? La descrizione di tale processo, checché ne dicano i liberisti e i Bertinottiani, la troviamo già esplicata nel libro primo de Il Capitale di Marx. Marx, infatti, individua il saggio del plusvalore ( P) come: profitto (p) diviso il salario (s): P= p/s
nel caso di trent'anni fa:
P= 40/60= 0.6 pari al 2/3%
nel caso odierno:
P= 60/40= 1.5 pari al 150%
Considerando quindi il saggio del plusvalore all'interno di una singola giornata lavorativa di 8 ore
P = pluslavoro / lavoro necessario
nel caso di trent'anni fa: P = 3 ore 12 min. / 4 ore 48 min. = 0.6 ovvero 2/3%
nel caso odierno: P = 4 ore 48 min. / 3 ore 12 min. = 1.5 ovvero 150%
Tutto ciò è dovuto sostanzialmente all'aumento del capitale ( c) investito dalle singole aziende nei macchinari o in spese superflue ( ad esempio indennizzi milionari, rappresentanza e pubblicità). Ed è proprio per far fronte a questi costi che le aziende hanno via via costretto gli operai a raddoppiare la produttività. Quel che si produceva in 8 ore adesso va prodotto in 4.
P= p/ c+s all'aumento c per forza di cose bisogna che s diminuisca e che, soprattutto, aumenti p
e' evidente dunque, anche senza approfondire ancora, che gli operai, all'incirca dall'inizio degli anni novanta, hanno iniziato a lavorare, all'interno delle 8 ore di lavoro circa 3 ore per il salario e 5 ore per il profitto delle aziende. Se a tutto ciò aggiungiamo anche gli straordinari forzati, lo sfruttamento di manodopera a nero e/o interinale e quindi sottopagata, l'evasione fiscale tipica della maggioranza delle aziende italiane, la riduzione delle spese per la sicurezza e per la previdenza sociale, allora si che abbiamo il quadro completo degli enormi profitti accumulati nel tempo dai padroni. Di fronte a tutto ciò, i nostri cari amici riformisti si affannano ancora a dire che si deve “ ridistribuire” il reddito. Su ciò siamo d'accordo. Ma come intervenire per far si che ciò accada? Si pensa davvero, alla luce dei meccanismi sopracitati, che sia sufficiente una tassa sulle rendite? O che magari ci si debba limitare a mettere mano al sistema di tassazione? Certo, queste piccole riforme servirebbero a dare ai lavoratori qualche piccolo contentino, (50 Euro mensili)?, mentre non andrebbero ad intaccare minimamente gli enormi profitti dei padroni. L'unica soluzione, logicamente e matematicamente possibile, è quella di diminuire il profitto aziendale all'origine, ovvero proprio là dove viene creato:di fronte ad una crisi di sovrapproduzione senza precedenti, innanzi al dilagare della disoccupazione e della cassa integrazione, l'unico modo per salvaguardare il salario operaio è promuovere una lotta duratura e continuativa per la riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga. Così facendo il reddito si andrebbe ridistribuendo da solo, poiché ogni singolo operaio lavorerebbe meno, sottraendo il profitto alla produzione, e in secondo luogo si procurerebbe un' assorbimento generale della manodopera disoccupata o cassaintegrata. Questo certo, non è il fine ultimo delle lotte operaie, ma essenzialmente rappresenta il fulcro di quelle rivendicazioni in grado di scassinare il sistema capitalista alla radice.
Per dirla con Majakoskj “ …....e il capitalismo sopravvive ancora! ….. anche dormendo s'è fatto più grasso e vispo, s'è sdraiato, spaparanzato sul cammino della storia facendo del mondo il suo letto, la sua mangiatoia. Non è possibile evitarlo, non è possibile girargli intorno, l'unica via è quella di passargli in mezzo, di prenderlo in pieno, di farlo saltare!”

Ruz.

martedì 22 dicembre 2009

Il Partito

La fine della Prima Repubblica e la dissoluzione dei partiti che l'avevano caratterizzata, hanno portato alla luce una rete di corruzione che coinvolgeva soprattutto la DC ed il PSI. La gestione del potere da parte della sola DC prima, con il PSI poi, con l'esecuzione delle forze comuniste d'alternativa, si è sempre svolta per conto dei 3 poteri forti che da sempre caratterizzano la vita politica italiana (Vaticano, USA e Confindustria), con qualche cessione dovuta alle lotte che la classe operaia ha condotto. Anima di queste lotte era il Partito Comunista Italiano. Con la fine del sistema bipolare sono stati distrutti anche i partiti, accusati di essere macchine di potere non rispettose della libertà dell'individuo, e sono stati sostituiti da vere e proprie monarchie, dove il segretario è il fondatore (Berlusconi con Forza Italia) o chi urla di più (Beppe Grillo e co), che, nonostante tutto, vengono spacciate per democratiche, rispettose della "libertà di coscienza", "in sintonia con la società" ecc ecc...


In realtà quei partiti che vengono accusati di essere antidemocratici, cioè i partiti leninisti, funzionano con il metodo del Centralismo Democratico, riassumibile con le parole dello stesso Lenin "libertà di discussione, unità d'azione". Nel Partito leninista, infatti, ogni decisione viene presa collegialmente, e si cerca sempre di trovare una sintesi tra le proposte dei compagni: questo perchè, da un lato gli errori ed i difetti di una posizione politica espressa da un compagno possono essere corretti da un altro; dall'altro la sintesi soddisfa tutti (od almeno la maggioranza) e quindi quella posizione politica può essere applicata con più convinzione. La ricerca della sintesi tra le varie posizioni è favorita dal fatto che la decisione assunta è vincolante per tutti, in modo tale da mantenere l'unità del Partito stesso.
L'organo di decisione supremo è il congresso: esso riunisce gli iscritti del Partito, si riunisce periodicamente ed è strutturato su base territoriale. Ha tre compiti fondamentali:
- decide la linea politica attraverso la discussione dei compagni e la ricerca della sintesi;
- elegge gli organismi dirigenti, ovvero i comitati territoriali e i segretari di zona;
- elegge i delegati al congresso superiore, fino al congresso nazionale che elabora le istanze dei territori.
Gli organismi dirigenti della zona, cioè chi applica la linea decisa dal Congresso Nazionale, e chi si occupa delle questioni territoriali, sono i comitati. Essi eleggono nel proprio seno una segreteria che risponde del suo operato al comitato stesso. Ogni decisione assunta dagli organismo dirigenti deve essere approvata a maggioranza e con numero legale. Nel caso la segreteria non goda più della fiducia della maggioranza del comitato, essa può essere rimossa con voto di sfiducia.
Ad un militante di un partito comunista niente viene imposto, ma anzi egli è partecipe della decisione insieme agli altri. La sua democrazia è ben più avanzata di quelle delle primarie, perchè c'è la partecipazione costante e come diceva Giorgio Gaber "libertà è partecipazione".
Il Partito così riesce, da una parte a consentire la discussione, la critica e l'autocritica necessarie a migliorare il partito, mentre dall'altra mantiene l'unità, permettendo di concentrare l'impegno verso un obbiettivo condiviso.



IL PARTITO
di Wladimir V. Majakovskij

Qui da noi le parole più profonde
diventano abitudine,
invecchiano come i vestiti,
ma io voglio costringere una grande parola
a splendere di nuovo, la parola Partito.
Un uomo solo, in se stesso racchiuso,
a che cosa può essere utile? Chi mai
gli darà ascolto? Forse la moglie,
e non sempre, non in piazza
ad esempio,
forse solo nell’intimità.
Il Partito è un uragano
denso di voci flebili e sottili
e alle sue raffiche
saltano i fortilizi del nemico,
come timpani al rombo del cannone.
La disgrazia è sull’uomo quando è solo.
La sciagura è nel cuore del solitario.
L’uomo solo è fragile preda
d’ogni potente
e persino dei deboli purché si mettano in due.
Ma se nel Partito
tutti i deboli si sono riuniti,
arrenditi, nemico, muori e giaci!
Il Partito è una mano
con milioni di dita,
stretta in un solo minaccioso pugno.
L’Uomo isolato non conta,
anche se è forte
non alzerà una semplice trave,
né tanto meno una casa a cinque piani.
Ma col Partito,

reggendoci e alzandoci l’un l’altro,
costruiremo sino al cielo.
Il Partito è la spina dorsale della classe operaia.
Il Partito è l’immortalità della nostra opera.
Il Partito è l’unica cosa che non tradisce.
Oggi sono un povero commesso,
ma domani
cancellerò i regni dalla carta.
Cervello e fatica,
vigore e gloria della classe:
ecco cos’è il Partito.
Il Partito e Lenin sono fratelli gemelli.
Chi vale di più di fronte alla storia?
Noi diciamo Lenin e intendiamo il Partito,
noi diciamo Partito e intendiamo Lenin.

La Natura Fraudolenta del Denaro


Nella società attuale siamo abituati a considerare il denaro come qualcosa di "naturale", come qualcosa che ha valore intrinseco, senza però sapere quali sono i meccanismi che regolano la sua produzione. Conosciamo a mala pena concetti come inflazione e svalutazione, ed anch'essi li consideriamo "normali" come qualcosa con i quali dobbiamo convivere, come parole che sentiamo in tv da economisti e banchieri che fanno capire soltanto che è un periodo difficile e che il costo della vita aumenterà. Senza però spiegare quali sono i meccanismi che stanno alla base.


Il punto di partenza è: come viene creato il denaro? Prendiamo come esempio il sistema americano (anche se il sistema europeo è lo stesso).
Il governo americano ha bisogno di 100 milioni di dollari. Quindi stampa 100 milioni in "Titoli del Tesoro" (cioè sostanzialmente pezzi di carta con scritto sopra Titoli del Tesoro ai quali il Governo dà un valore di 100 milioni) e li manda alla Federal Reserve (la Banca Centrale degli USA). Essa stampa 100 milioni di dollari (anch'essi pezzi di carta ai quali viene dato un valore di 100 milioni) e li manda al governo americano.
In pratica il Governo si indebita con la FED con questi Titoli di Stato: di fatto dice alla FED che riavrà questi soldi e dà come prova queste obbligazioni.
Il Governo americano poi prende questi soldi e li versa su un conto corrente di una banca, facendo acquisire a questi 100 milioni corso legale.
Essendo stati depositati, questi soldi diventano parte delle riserve di quella banca e devono ubbidire alla regola della "riserva frazionaria": cioè una banca deve conservare una percentuale dei depositi nelle sue casse (negli USA il 10%) come denaro liquido e disponibile, mentre il resto lo può dare in prestito. Per il nostro esempio: 10 milioni devono rimanere nella banca (riserva obbligatoria) mentre 90 milioni possono essere concessi in prestito (riserva in eccesso).
Ma in realtà succede qualcosa di particolare: i 90 milioni concessi in prestito a qualcuno figurano ancora come parte del capitale della banca, anche se essa ha trattenuto solo 10 milioni (e non 100 come invece figura dai dati del deposito originale). Quindi 90 milioni sono stati creati dal nulla!
Ora chi ha ricevuto il prestito ha 90 milioni in mano, mentre nel conto corrente aperto dal Governo ci sono sempre 100 milioni. La moneta con corso legale passa da 100 a 190 milioni!
Questo processo può essere ripetuto all'infinito: chi ha ritirato i 90 milioni li versa in un altro conto corrente di una banca. Quest'ultima ne terrà 9 milioni mentre 81 li riconcederà in prestito ecc ecc. Secondo un calcolo, per ogni deposito creato si può ottenere una somma di denaro 9 volte superiore letteralmente dal nulla. I 100 milioni originari, creati con un debito contratto dal Governo con la FED, si passa a 900 milioni circa aventi corso legale, contratti anch'essi da debiti che i risparmiatori contraggono con le banche.

Ma questo denaro creato dal nulla che valore ha? Il suo valore non è intrinseco, ma lo prende dal letteralmente valore della moneta già in circolo. E è qui che si parla di inflazione. Il realtà non è il "costo della vita" che aumenta, ma è il denaro che si svaluta, è il denaro che perde valore: 1 dollaro nel 1913 corrispondeva a 21,6 nel 2007.
E' importante capire che la moneta è legata al debito. La monetà è il debito: è il debito che il Governo ha contratto con la FED, è il debito che il risparmiatore ha contratto con la banca. La moneta creata è un debito che deve essere restituito alle banche che l'hanno creata dal nulla tramite i meccanismi spiegati sopra.

Ma c'è un punto fondamentale che ho volutamente tralasciato che fa capire la natura fraudolenta del sistema monetario, cioè gli interessi.
Le banche creano moneta dal nulla, la danno in prestito e vogliono restituita una quota maggiore di quella che effettivamente esiste in circolo. La somma dei debiti contratti dalle persone più gli interessi che devono restituire è maggiore della quota di denaro esistente con corso legale! E come è possibile quindi estinguere questi debiti? Soltanto creando nuovo denaro ed alimentando il circolo vizioso! Per questo l'inflazione è una componente costante in economia, perchè soltanto tramite la creazione di nuovo denaro (tramite la "riserva frazionata" descritta sopra) è possibile estinguere i prestiti già esistenti, ma soltanto creandone altri, aumentando la moneta in circolo e quindi aumentando l'inflazione.

Bisogna fare molta attenzione alle conseguenze sociali: com'è possibile estinguere un debito? Guadagnando un salario tramite un lavoro. Ma se il denaro può essere creato solo attraverso il debito, come è possibile liberare la società dal debito? Non si può!
Il debito fa si che i fallimenti siano elementi cardine del sistema, e proprio la paura di perdere tutto porta ad una guerra per rimanere al passo con l'inflazione, legando le persone al salario e rendendo necessaria una guerra tra poveri della quale beneficiano solo coloro che creano moneta.

"La schiavitù non è nient'altro che la proprietà del lavoro che implica prendersi cura dei lavoratori, mentre il piano europeo è che il capitale deve controllare il lavoro, controllando i salari. Questo si può fare attraverso il controllo della moneta" The Hazard Circular - Rivista della Banca d'Inghilterra - 1862

Ordine Mondiale ed Eguaglianza

La crisi finanziaria e l’aumento delle disuguaglianze tra i paesi del terzo e quarto mondo e l’Occidente ci dovrebbero dare il segnale che forse l’assetto politico–economico del mondo deve essere modificato alla radice. Contrariamente a quanto si possa pensare, siamo ben lontani dall’avere un sistema di organi internazionali effettivamente rappresentativi e che rispettino criteri veramente democratici, nel senso pieno del termine, nel regolare il panorama politico–economico internazionale.


Un esempio di come il sistema di governance mondiale non funzioni è lo stesso WTO, una chiara dimostrazione di come sia facile far nascere organi internazionali autolegittimati, in questo caso voluto dagli USA, per regolare il commercio globale. Ma c’è di più, si potrebbe mettere in discussione la stessa presunta “uguaglianza” tra stati all’interno di questi organi: è infatti risaputo come, ad esempio, nell’FMI i paesi occidentali abbiano maggior peso, grazie a un sistema di voto per niente democratico, assolutamente diseguale e che tende al monopolio USA; ma andando ancora più a fondo, seguendo un ragionamento più complesso, sotto una scorsa palesemente antidemocratica possono sorgere ancora più dubbi su questa presunta “parità” di trattamento, ma per far questo dobbiamo fare delle considerazioni preliminari. A proposito, appunto, del concetto di uguaglianza ritengo sia illuminante ed esplicativo l’art. 3 della Costituzione Italiana, dal quale si ricava un concetto amplio e con molte sfumature: non basta l’uguaglianza formale dell’uomo di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, razza ecc, ma è altrettanto fondamentale l’uguaglianza sostanziale dei cittadini, i quali devono avere uguali presupposti per godere dei diritti, anche grazie
all’intervento del cosiddetto welfare state. È la base dei diritti sociali e del superamento dello stato liberale del “lasser faire”, vuol dire essere andati più avanti delle rivoluzioni borghesi. Più in generale, secondo questo tipo di concezione, l’uguaglianza consisterebbe nel trattare in modo uguale situazioni ragionevolmente uguali e in modo diverso quelle ragionevolmente diverse. Tuttavia questo principio, garantito in una costituzione moderna come quella italiana, per quanto possa apparire banale anche se tutt’altro che di facile applicazione, non sembra essere recepito nella gestione del governo del mondo.
Non viene seguito quando, in materia di transazioni commerciali, i paesi più poveri sono obbligati a seguire le pure leggi di concorrenza, ad esempio, nel vendere le materie prime che essi producono al puro prezzo di mercato, senza alcun trattamento di favore (e solitamente i prezzi di queste materie tendono stabilmente a essere fissi o al ribasso) e comprano invece manufatti industriali dall’Occidente, come i trattori, che contengono nel prezzo l’aumento dell’inflazione dei paesi che li producono, che renderà il bene sempre più costoso. Non viene seguito nemmeno quando ai paesi del terzo e quarto mondo viene dato il voto uguale a quello di qualsiasi altro paese occidentalizzato (ma, come si è visto precedentemente, in alcuni organi anche un voto minore), quando si prendono decisioni che li riguardano più da vicino (materie prime, liberalizzazioni di settori statali, imposizione di standard qualitativi) e che hanno enormi ripercussioni nelle politiche economiche e sociali di questi paesi, nella loro stessa capacità di svilupparsi.
Interpretando in maniera estensiva tale concetto di uguaglianza, le stesse decisioni del WTO che hanno impedito qualsiasi tipo di diversificazione dei prodotti per ragioni “non strettamente economiche” appaiono anch’esse contrastanti con questo principio. Pare proprio che, a livello internazionale, i metodi dello stato liberale e del capitalismo di vecchio stampo rimangano ancora immodificati, inattaccati dall’informazione, con il beneplacito degli USA. Solo alcune oasi di coerenza con quanto detto, quali ad esempio le associazioni non governative, cercano di presentare un’alternativa; l’ONU dal canto suo non si dimostra efficace, in quanto caratterizzato da capacità coercitive che risultano del tutto inefficaci e il cui funzionamento interno altrettanto manca di democraticità.
Gli stati civilizzati, che si ritengono almeno “sociali”, senza azzardare il “socialisti”, dovrebbero ritrovare una certa coerenza e rimettere mano a questa specie di stato mondiale liberale fondato su principi ottocenteschi, abolire organi autoleggittimati come il WTO (ex GATT), restituendo il carattere non meramente economico di questi enti, dando rilevanza all’aspetto sociale e riprendendo il progetto precedente al GATT e a Bretton Woods, per cui tale competenze spetterebbero a rami specializzati dell’ONU, seppure con le dovute modifiche, per i motivi precedentemente citati. Dovrebbero superare, una volta per tutte, questo vergognosoparadosso per cui, all’interno di molte nazioni, sono garantiti e seguiti principi come appunto l’eguaglianza sostanziale, mentre all’esterno si fanno araldi della fredda concorrenza perfetta, del puro liberismo economico esociale che molti “signori” giustificano come necessario per la crescita economica mondiale, ma che non riesco a non considerare ipocrisia istituzionalizzata.

Riflessioni sull’ordine sociale moderno

Ciò che contraddistingue l’uomo dagli altri animali è la sua capacità (o bisogno) di organizzarsi in strutture sociali più o meno ordinate, dalla tribù, al sistema della democrazia oligarchica delle città stato e della res publica, passando per l’impero e il sistema feudale, fino alla democrazia liberale-borghese dei giorni nostri.
E’ chiaro che ognuno di questi singoli sistemi abbia caratteristiche differenti.

Il sistema con cui l’uomo primitivo cercò di organizzarsi era un sistema basato sui ritmi e gli istinti naturali, il sostentamento era dovuto in massima parte dai beni offerti dalla natura e l’attività sessuale (la quale, benché se ne parli molto poco, è un parametro fondamentale nella definizione di un “grado” di civiltà) era totalmente svincolata da qualsiasi tipo di regole al di fuori dell’istinto, ogni bisogno doveva essere soddisfatto, assecondando così quello che Freud ha chiamato il “principio di piacere”.

E’ evidente che un tale principio non può che creare caos, spesso i bisogni dell’uno vanno a contrapporsi ai bisogni dell’altro, creano conflittualità e la società tenderebbe a sfaldarsi. Con l’evoluzione delle civiltà quindi, si è andato sostituendo al “principio di piacere” il “principio di realtà”.
Ogni individuo può soddisfare i propri bisogni umani a patto che ciò non vada a creare conflitti e/o disordine nel tessuto sociale.
La repressione di alcuni bisogni comporta una conseguente sublimazione in altri tipi di attività tese ad emulare il piacere voluto ma represso: parlo di arte, politica e tutto ciò che è comunemente considerato “frutto della civiltà”.

La privazione di una parte della propria libertà è quindi essenziale nella costruzione di una società ordinata e funzionante, ma, come ha notato il filosofo Herbert Marcuse della “Scuola di Francoforte”, non si è mai visto nella storia una organizzazione sociale nella quale la limitazione della libertà individuale fosse la minima indispensabile, e di conseguenza la più funzionale ed equa possibile.

Nell’odierna società liberale-borghese infatti, oltre al “principio di realtà”, l’uomo deve sottostare al cosiddetto “principio di prestazione”. Il processo della divisione dei ruoli e del lavoro ha portato alla stratificazione delle varie mentalità, le quali si sono inesorabilmente omologate ad un certo sistema di valori, tanto la mentalità borghese-padronale quanto quella operaia e contadina.

Il bisogno di sentirsi parte di un certo gruppo, il bisogno di identità insomma, ha fatto abbandonare alle persone di ogni classe il proprio (dell’individuo non della classe) pensiero naturale per supportare invece un sistema prefissato di idee: più o meno implicitamente ognuno fa ciò che la società si aspetta che debba fare. Tale sistema di omologazione ha aumentato a dismisura il suo potere con l’avvento dei mass media. Ogni tipo di comunicazione di massa, che sia manifesto pubblicitario, giornale, radio, televisione, diventa strumento di potere del sistema.

L’obiettivo è quello di creare dei falsi bisogni al fine di portare ogni persona, col suo consumo e con il suo comportamento, ad essere parte integrante del sistema, ad essere il vero “cibo” del sistema. Il “principio di prestazione” è quindi quella spinta artificiale che spinge a dare sempre il massimo secondo i valori capitalisti-consumisti, che spinge all’utilizzare un bene di consumo come simbolo della propria condizione economica (automobile di lusso, vestiario firmato, ecc) e che fa credere alle persone che sia quella la direzione in cui l’umanità deve andare per poter arrivare ad essere sempre più libera, dopo aver impresso nella mente delle masse l’equazione ricchezza=felicità. Essendo però artificiale, il seguire questo principio non può far altro che concedere piaceri temporanei e futili, non sono elementi di libertà come ci vogliono far credere, ma anzi sono la nostra ultima e più moderna condizione di schiavitù.

Questo sistema comunque non trova la sua potenza tanto nell’efficacia quanto nella costanza. Il bombardamento dei cervelli con questi valori ha inizio dalla nascita, i soldatini per il bambino e la Barbie per la bambina, e continua, sempre presente come un fantasma, incameriamo informazioni senza accorgercene, dalla tv, dalle vetrine dei negozi, dalle persone che prendiamo (o ci affibbiano, il confine è labile) come simbolo dell’uomo riuscito: il vincente; ci facciamo convincere di voler essere come lui. L’uomo adesso non è più alienato solo nel lavoro salariato, ma anche nel suo divertirsi e nel suo quotidiano vivere, è una marionetta incapace di vedere i fili del burattinaio. E’ per questo che dobbiamo considerare totalitarie le democrazie borghesi.

La democrazia potenzialmente offre il maggior numero possibile di mezzi per poter liberare l’umanità e per poterla fare arrivare al massimo grado di sviluppo, ma mentre questi
mezzi ci sono, il sistema odierno non permette alle masse di poterli utilizzare.
Le costringe quindi ad una finta libertà, una schiavitù subdola e strisciante che è tanto
difficile far notare a coloro che sono immersi nel sistema quanto è difficile individuarne i processi ed i risvolti pratici e materiali, poiché fa delle piccole e piccolissime quotidianità il suo punto di forza. E’ un processo che non risparmia nessuno, neanche le classi tipicamente anti-sistema.
Sono ormai un ricordo gli anni in cui i lavoratori salariati erano il terrore dei potenti, perché ormai
anche i salariati sono stati persuasi a partecipare a questo gioco.
Gli operai si sono accontentati “delle briciole del banchetto dei padroni”, si sono omologati al sistema.
Tra la via più giusta e quella più facile sono stati indotti in modo subdolo a scegliere la più facile, mettendo a dorme e così la carica rivoluzionaria. L’uomo viene così spersonalizzato, ridotto ad “una unica dimensione”, quella del sistema appunto, dove si trova intrappolato.

Non dobbiamo comunque credere che questo sistema sia indistruttibile. Questa è la situazione di una parte, seppure grande, della popolazione occidentale. Esiste una fascia di popolazione al di sotto dei potenti e della base popolare conservatrice che il sistema non è mai stato in grado di assorbire. Sto parlando di emarginati, reietti, perseguitati, disoccupati, e di tutti coloro che
non hanno perso la consapevolezza che dall’abbattimento del sistema hanno solo da guadagnare.
Magari in futuro, con il complicarsi e l'ingrandirsi delle contraddizioni intrinseche del sistema capitalistico, avremo una forte pauperizzazione del ceto medio, la crisi economica attuale potrebbe rappresentarne il preambolo.
La classe operaia omologata al sistema non potrà più trarre sostentamento dai contentini offerti dai padroni, e potrebbe riacquistare coscienza di classe e carica rivoluzionaria.
Nonostante i se ed i ma, evitando previsioni azzardate, il sistema potrà essere cambiato solo dal basso, dallo strato più basso della società. Il passo decisivo nell'evoluzione della società umana non può che essere fatto dagli sfruttati, sfruttati che però siano coscienti della loro condizione di schiavitù.

Forse peccando di superbia, concludo questo articoletto così come Marcuse concluse una delle sue più grandi opere, con una citazione di Walter Benjamin: << E’ solo per merito dei disperati che ci è data una speranza >>.

[Ispirato dalla filosofia di Herbert Marcuse]

Da Robespierre ai giorni nostri

Durante la Rivoluzione Francese, nell'Assemblea Costituente fu discussa a lungo la sorte da riservare al re Luigi XVI. La Rivoluzione aveva affermato alcuni principi che poi verranno ripresi dalle democrazie europee (libertà, uguaglianza e fratellanza) e alcuni membri dell'Assemblea volevano processare il re seguendo questi principi. Ma il 3 dicembre del 1792 prese la parola Robespierre: nonostante tempo prima si fosse scagliato contro la pena di morte, egli prese posizione a favore della condanna a morte di Luigi XVI. Il suo sottilissimo ragionamento si articolava in 2 punti fondamentali:


1) la Rivoluzione ha fatto trionfare i principi di libertà,uguaglianza e fratellanza, ma il re appartiene ai controrivoluzionari, cioè a coloro i quali si sono battuti contro il trionfo di questi principi. Quindi i controrivoluzionari non devono essere processati sulla base del principio fondamentale della libertà, perché questo li farebbe sentire tutelati dalla libertà stessa, anche se la combattono facendo parte della controrivoluzione;
2) Robespierre afferma inoltre che non è possibile processare il re, in quanto un processo dovrebbe tener presente anche la possibilità che il re sia innocente e quindi la Rivoluzione colpevole ("Luigi non è un accusato; voi non siete dei giudici [riferito ai deputati dell'Assemblea ndr"]; voi siete e non potete essere altro che uomini di stato, rappresentanti della nazione. Non dovete pronunciare una sentenza a favore o contro un uomo; dovete prendere una misura di salute pubblica").
Ma poiché la Rivoluzione non può essere colpevole in quanto affermazione del popolo, il re è colpevole. Il trionfo della Rivoluzione è la condanna del re e quindi deve essere giustiziato, tuttavia il concetto di libertà della Rivoluzione dell'89 è comunque una concezione borghese. Va dunque contestualizzata.
Allo stesso tempo rileggendo le parole di Robespierre rivolte all'Assemblea, non ho potuto fare a meno di pensare ai Principi Costituzionali e alla Legge Mancino (che vieta l'apologia al fascismo). Infatti è soltanto la Costituzione che premette le libertà innanzitutto quelle liberali (anche se sono previste anche quelle sociali): ogni singola affermazione che va contro quelle libertà in nome di esse (come la semplicissima frase contraddittoria "io sono libero di dichiararmi fascista") è anticostituzionale. La costituzione nasce in un preciso momento storico in cui la lotta contro il fascismo era un prerequisito di ogni ulteriore libertà. Tuttavia l'assemblea costituente promosse un concetto di libertà estremamente ampio che con alcuni ovvii limiti permette a tutti di dire qualsiasi cosa, anche di essere fascista. Altri stati (per esempio la Germania) hanno deciso diversamente ritenendo di primaria importanza tagliare la strada ad ogni possibile rigurgito di simili ideologie. A mio avviso sarebbe necessario riconsiderare l'importanza di tutelare lo stato italiano da un ritorno dell'ideologia fascista infatti sono molto preoccupanti le dichiarazioni di numerosi esponenti di Azione Giovani (come "non saremo mai antifascisti", doppia negazione, ergo...), ma anche paradossali e contraddittorie (Giorgia Meloni, di AG, tra l’altro ricopre una carica ministeriale grazie proprio alla Costituzione ed agli antifascisti che l'hanno scritta). Dobbiamo cominciare noi ad opporci a qualunque possibile ritorno al fascismo.
L'opposizione deve ricominciare da qui, dalla partecipazione che è scritta nella Costituzione e che sostituiva il Duce che tutto comandava (non a caso un motto del ventennio è "credere obbedire combattere", non "pensare, partecipare, agire"). A mio avviso è necessario anche prendere provvedimenti più incisivi, come ha fatto la Germania sopracitata, auspico l'intervento della legge penale.

Antipolitica

L’Italia in passato aveva sempre avuto una non sminuibile qualità: la partecipazione consistente della popolazione alla vita politica del paese, ad esempio nella notevole affluenza alle urne quando questa era chiamata ad esprimersi. Adesso potremo dire lo stesso? Certo non siamo arrivati a livelli particolarmente allarmanti come nel caso degli USA, ma comunque quanto basta per portarci ad una riflessione seria. Questi dati a volte ci portano appunto a dare uno sguardo alla realtà che ci circonda, non è infatti un tabù il parlare recentemente di una diffusa sfiducia nei confronti della politica. Tuttavia viene da chiedersi se questo sentimento diffuso soprattutto tra i giovani sia così giustificabile, ma anche se, in fondo, questi si siano posti seriamente il problema su cosa esso significhi.


Sempre molto più frequentemente se a uno chiedi “ma te per chi voteresti ora come ora?” ti senti rispondere “ non me ne intendo di politica, non mi interessa, per me sono tutti uguali!”. A volte può essere che questo tipo di commento sia frutto di una posizione ragionata, prodotto da una riflessione attenta, ma più spesso sono dell’idea che la principale causa è la pigrizia intellettuale, se una persona leggesse ogni tanto un giornale, o almeno vedesse almeno un telegiornale nella giornata (anche se in questo caso ci sarebbe da discutere per quanto riguarda la qualità dell’informazione) avrebbe già un materiale minimo per poter maturare una dignitosa opinione politica. Ma invece l’uomo moderno ha ben altri interessi; alcuni importanti certo ma altri decisamente futili. Ma il sacrificio minimo richiesto per sapere e eventualmente cambiare ciò che ci sta intorno appare talvolta insostenibile; almeno su molte cose di cui uno, diciamo per scelta, rifiuta di informarsi dovrebbe essere coerente con se stesso ed essere consapevole di non poter ritenere un proprio eventuale giudizio immediato e superficiale come indiscutibile. Dico questo perché non è affatto raro il contrario, e a questo proposito penso che concorra un altro elemento che a mio avviso può essere definito come una concezione sempre più privatistica della politica. Mi spiego meglio: si tende sempre di più a dare solo importanza a come la politica interviene nell’immediato e nel concreto della sfera privata di ognuno, diventa sempre più raro un ragionamento più ampio e di lungo periodo. Alcuni esempi concreti: è noto che il popolo italiano si surriscalda decisamente appena si tocca l’argomento tasse” a volte per validi motivi, ma a volte senza neanche porsi il problema dell’entità e di chi viene nei fatti colpito ecc. Ancora: la scuola italiana si rivela sempre più inefficiente e gli studenti tra i più lavativi, si tenta dunque di reintrodurre varie forme di meritocrazia (termine che suona sempre così male) per quanto riguarda ad esempio i famigerati debiti, e subito ci si scalda. Indubbiamente già il fatto di “scaldarsi” o “allarmarsi” è già più che subire il tutto con passività e indifferenza, ma a mio avviso bisognerebbe anche chiedersi che se non si fa un po’ di selezione, come si può incentivare gli studenti allo studio? Migliorando tra l’altro i recenti metodi aziendali di concepire la scuola; e poi se non vogliamo mai pagare qualcosa in più, ma è più appropriato il termine “contribuire”, poi decadiamo dal diritto di essere sempre così cinici e duri con la sanità, la scuola e più in generale verso la pubblica amministrazione. Sia chiaro, non è che la colpa sia solo della cittadinanza italiana, sicuramente lo è anche il sistema italiano in se e per se, non è un segreto la nota inefficienza della macchina burocratica nazionale, ma ancora l’esempio più eclatante rimane il degenero che ha sicuramente avuto la nostra classe politica del quale spesso non si riesce a capire il ruolo. Ma modificare il complesso e far funzionare meglio tutto il cosiddetto “sistema” non vuol dire forse fare politica? Non è forse che andando a fondo delle problematiche si possa trovare una soluzione?
Pare che questo ragionamento secondo me sillogistico non si sia ancora compreso, e non accenniamo a comprenderlo. Viene dunque da porsi il problema di come risolvere appunto questo sempre maggiore rapporto tra la popolazione e la politica. Ultimamente sono uscite alcune ipotesi dal lato della politica, un esempio estremamente recente è sicuramente il caso Grillo il quale solleva una proposta che sembrava concreta: una diffusa raccolta di firme per proporre una petizione per “buttare fuori” i politici pregiudicati dal parlamento e migliorare in senso più diretto il sistema elettorale. La proposta ha fatto scalpore; essa suonava ripeto di concreto. La raccolta di firme va meglio del previsto (io stesso ho firmato) ci si aspetta un qualcosa, ma che inevitabilmente non arriva. La massa che pareva carica di buoni propositi si ripresenta ancora come il noto “Volgo” che abbaia ma alla fine non morde. I media trattano poco della vicenda, i politici mettono la petizione tra le altre migliaia che arrivano al parlamento, la massa partecipante non si cura di chiedersi il perché non ha funzionato, Grillo fa altre dichiarazioni come per esempio su eventuali liste civiche che a mio avviso sono discutibili, e tutto finisce nell’oblio generale, finendo tra l’altro per danneggiare e creare astensionismo in certi ambiti della popolazione, prevalentemente di sinistra, che maggiormente aveva prestato ascolto.Tra l’altro la soluzione proposta toccava solo il lato del potere costituito della politica, nelle sue istituzioni, non accennava un rimedio alla coscienza politica degli individui, e adesso ci ritroviamo nuovamente punto e a capo, con sempre più astensionismo e antipolitica diffusa.